Recensione: Thorns

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10 anni di attesa sono lunghi, e 10 sono gli anni che abbiamo dovuto aspettare per poter sentire il vero debutto di questa curiosa e misantropica band norvegese. Avevamo già avuto occasione di gustare parte della loro genialità nello split Emperor/Thorns o nella compilation tributo ai Darkthrone, ma è questo il loro primo vero full-lenght album. Le aspettative per questo debutto erano veramente molto alte, e, neanche a dirlo, è stato accolto dalla critica come un vero e proprio capolavoro... Mi tocca qui discostarmi dal parere dei più perchè, senza nulla voler togliere al Cd, trovo che sia stato sopravvalutato fin troppo.

Il suono a cui questi Thorns ci avevano abituato fino ad ora era un black con pesanti influenze elettroniche e sperimentali, basato su inserti gelidi e taglienti. Non mancavano poi vocals filtrate fino alla nausea e strutture folli e ripetitive. Questo è quanto emerge dall'ascolto del celeberrimo split con gli Emperor. Tutte caratteristiche che personalmente mi hanno sempre fatto impazzire, e che quindi non potevano far altro che influire positivamente sul mio giudizio. Non vorrei che a questo punto qualcuno pensasse che quest'album non mi sia piaciuto: al contrario, lo trovo un ottimo lavoro, ma tutte le particolarità sopra citate vengono qui meno, o meglio, non risaltano come dovrebbero, rimanendo spesso in secondo piano.

Non è compito mio valutare quello che un artista dovrebbe fare: tuttavia la mia impressione è stata che il voto della maggior parte delle recensioni su questo album fosse già stato dato mesi prima della sua uscita. Si è guardato troppo al nome e troppo poco alla qualità, la quale comunque, ripeto, è ben lungi dall'essere bassa. Trovo molte delle idee qui sviluppate molto interessanti e pure ben realizzate, anche se per nulla immediate: i primi ascolti mi avevano lasciato ben poco, e per apprezzare pienamente il tutto di tempo ne è dovuto passare un po'. Sicuramente a far la differenza con gli altri gruppi sono in questo caso i particolari: se si ascolta l'album con orecchio distaccato e distratto alla fine vi assicuro che non vi rimarrà assolutamente nulla. La grandezza di questi Thorns sta nel partire da strutture tipiche e riproporle con l'inserimento di elementi apparentemente "estranei".

Ne è un esempio perfetto l'opener "Existence": di per sè potrebbe essere un classico pezzo black metal, ma, grazie al sapiente utilizzo di inserti elettronici al limite dell'isteria e di break che oserei definire insoliti, il tutto assume un gusto decisamente diverso. Il suono di chitarra devo dire che è rimasto del tutto invariato rispetto alle origini, e questo è un punto a loro favore: tagliente, freddo e ronzante come non mai. Non si punta alla velocità in questo album: anzi, spesso a far da padroni sono proprio i pezzi più cadenzati. Stupendo per fare un esempio "Whifting Channels", basato su un ritmo ossessivo e pochi riff ben scelti: da qui emerge più che chiaramente la misantropia che caratterizza necessariamente questo gruppo e, se tutti i brani fossero stati di questo stampo e qualità, nessuno avrebbe potuto impedirmi di considerare il Cd in questione come un semi-capolavoro. E' in pezzi come questo che emerge la personalità del gruppo, il loro essere quella che viene definita una cult-band; perchè è questa la visione che i Thorns hanno sempre dato al pubblico di sè. Ed è il medesimo motivo che aveva fatto sì che le aspettative fossero alte.

Tuttavia nel CD incontriamo anche pezzi come "World Playground Deicieit", che francamente non mi hanno saputo dire niente: in esso ho visto l'ombra dei Satyricon di "Rebel Extravaganza" (cosa in parte giustificabile per la collaborazione di Satyr alla chitarra), ma non di certo un brano con le carte in regola per far parte di un capolavoro. La stessa "Stellar Master Elite", per quanto bellissima, non ha in sè quelle caratteristiche che molti critici hanno attribuito ai Thorns: si limita piuttosto ad essere un pezzo di black sperimentale ma anche molto impersonale. La mente di Sorre, che è l'unico vero membro dei Thorns (gli altri sono tutti ospiti), è piena di idee fantastiche, o comunque innovative, come in "Underneath The Universe": grazie alla sua capacità di mediare momenti estremi con momenti pacati sa trasmettere emozioni in modo nuovo e originale. Questo non basta però, perchè l'album preso nel suo insieme ha anche una certa dose di momenti piatti e impersonali: è questo ciò che mi porta a non considerarlo un capolavoro.

In tutta sincerità ho trovato che questo esordio sia stato il frutto di una mediazione, un compromesso, dovuto a motivi sui quali preferisco non azzardare alcuna ipotesi. Ci sono le premesse per tirare fuori risultati migliori, cosa che come ho già detto è stata fatta in passato. Non vorrei che queste grande potenzialità sparissero nell'ombra di un filone, rischio a mio modesto parere piuttosto evidente. Chiudo con un elogio ad Hellhammer, che ha suonato le parti di batteria dimostrando per l'ennesima volta la sua grande poliedricità, e col consiglio rivolto a tutti di dare un ascolto attento ed oggettivo a questo album, il quale rimane una tra le migliori uscite dell'anno 2001.
Matteo Bovio
 
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