Recensione: Thrash Anthems II

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Dirò la verità: quando ho appreso che i mitici Destruction si accingevano a pubblicare una nuova raccolta dei loro brani, peraltro estrapolati dal loro primo periodo, quasi replicando la compilation ‘Thrash Anthems’ del 2007, ho storto un po’ il naso.

Come mai non un nuovo album d’inediti? Il volerlo distanziare il più possibile dall’ultimo Full-Length ‘Under Attack’ del 2016 rimanendo comunque presenti sul mercato discografico? Mancanza di idee? Una manovra meramente commerciale? Mi sono posto tante domande ma, alla fine, ho scelto di non cercare risposte. D'altronde i Destruction sono tra i gruppi più importanti a livello mondiale per quanto riguarda il Thrash Metal ed, insieme a Sodom e Kreator, la cosidetta ‘Triade’ come sono poi stati chiamati, hanno influenzato intere generazioni con quel loro stile prettamente tedesco più teso all’incazzatura che non alla melodia (senza dimenticare Tankard, Holy Moses ed altri ancora).

Mi sono conseguentemente messo all’ascolto, lasciando da parte ogni pregiudizio.

Si tratta di undici brani registrati nuovamente dalla formazione attuale che abbracciano il periodo che va dal 1984, data di pubblicazione del loro primo demo ‘Bestial Invasion of Hell’, al 1990, anno in cui è uscito l’album ‘Cracked Brain’. Nel mezzo gli impressionanti ‘Sentence of Death’, ‘Infernal Overkill’, ‘Eternal Devastation’ e ‘Release From Agony’. Come Bonus Track è stata poi registrata ‘Holiday in Cambodia’, cover del brano del 1978 dei Punk Rockers Dead Kennedys, che i Destruction eseguivano dal vivo. Mica poco.

Descrivere ogni singolo brano quando si tratta di una raccolta di un periodo storico così essenziale è praticamente inutile. La scelta è stata fatta con buona coerenza, andando a ripescare anche ‘Frontbeast’, dal già citato primo demo, per dare importanza a tutti i primi anni della carriera, compreso quello iniziale dove era stata lanciata una scommessa. La disposizione delle tracce lungo l’album fa si che lo stesso sia scorrevole, senza cali di tensione o perdita di energia cinetica.

Maggiore spazio viene dato ai contenuti degli essenziali ‘Infernal Overkill’ del 1985 (‘The Ritual’, ‘Black Death’, ‘The Antichrist’) ed ‘Eternal Devastion’ del 1986 (‘Confused Mind’, ‘United By Hatred’, ‘Confound Games’), mentre l’EP ‘Sentence of Death’ è rappresentato da ‘Black Mass’ e ‘Satan’s Vengeance’. ‘Release From Agony’ del 1987 e ‘Cracked Brain’ del 1990 sono ricordati rispettivamente solo con ‘Dissatisfied Existence’ e ‘Rippin’ You Off Blind’. Questi ultimi sono molto interessanti poiché pongono a confronto versioni di formazioni con importanti differenze: all’epoca di ‘Release Fron Agony’ il trio era diventato un quartetto con l’inserimento della seconda chitarra Harry Wikens mentre in ‘Cracked Brain’ Andrè Grieder aveva preso il posto di Schmier, leader, bassista e cantante.

La formazione attuale, stabile dal 2011, comprende i fondatori Schmier e Mije Sifringer e l’ex Unsun Veaver, trio di una potenza inaudita ben espressa nelle nuove registrazioni inserite in ‘Thrash Anthem II’.

Ed ora una domanda a cui necessita rispondere: meglio le versioni originali o quelle nuove? Le prime sono grezze, frutto del concetto del ‘meno spendere’ nel giocare una scommessa, rese ancora più sporche da quella cavolo di polvere che, per quanto si passasse il panno con cura certosina sul vinile, si andava ad insinuare tra i solchi come calata la puntina. La loro uscita rappresentava, però, una vera novità che ha scatenato emozioni intense le quali, soprattutto nei ‘veterani’, perdurano ancora oggi. Le seconde sono il risultato di quasi trentacinque anni di esperienza, di un budget sicuramente più sostanzioso e dell’evoluzione dei sistemi di registrazione, che imprimono ai brani la violenza che si ricercava all’epoca.

Personalmente, pur essendo affezionatissimo soprattutto alle versioni originali dei primi tre album, quanto riprodotto su ‘Thrash Anthems II’ non mi dispiace affatto e lo considero più che un buon lavoro.

Per gli ‘anziani’ può essere un CD da portarsi in macchina, lasciando intonsi gli album originali, da preservare come Paperone fa con la sua ‘numero uno’. Per  chi si è avvicinato al Thrash da poco, in un momento storico dove le uscite sono veramente tante, ma non tante sono quelle valide, ‘Thash Anthems II’ è invece un ottimo riassunto di quello che sono stati i primi anni del ‘battere e percuotere’ europeo, con l’aggiunta di un pizzico di modernità che non guasta. 

In definitiva, una raccolta che è giusto sia stata pubblicata, anche se aspettiamo il prossimo inedito. 

 
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