Recensione: Thunder In The Sky [Ep]

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Premessa d'obbligo: nel dvd dell'Earthshaker Festival, a chi non ha fatto un po' sorridere vedere il buon Scott Columbus spaccare la batteria senza neanche provare a cimentarsi in un assolo dopo quelli dei due "fratelli" Rhino e Donnie Hamzik? Nella modestissima opinione di chi scrive, senza comunque nulla togliere alla persona, qualitativamente il ritorno di Scott nei Manowar è sempre stato un controverso motivo di rammarico: da un parte la felicità per la ristabilita salute del figlio, dall'altra la rassegnazione album dopo album nel constatare che la proposta musicale dei Kings of Metal stava scemando.
 
Stasi compositiva? Band limitata dal suo batterista peraltro addirittura capace nella difficile impresa di involversi? Probabilmente entrambe le cose, certo che la sua temporanea assenza per non specificati problemi familiari (l'augurio, comunque, è che non gli sia successo niente di grave) è veramente una consistente "prova del fuoco" per saggiare "realmente" quanto il combo newyorkese abbia ancora da dire "libero di esprimersi" senza vincoli tecnici. E' proprio dal caro vecchio Donnie Hamzik (in precedenza già drummer nell'intramontabile Battle Hymns) da cui bisogna iniziare questa recensione, perché è lui in primissima persona ad occuparsi di tutte le parti di batteria dell'EP in questione e verosimilmente anche di quelle dell'imminente nuovo full-length Hammer Of The Gods di cui Thunder in the Sky è un succoso antipasto.
 
Domanda: era questa la scossa che serviva ai Manowar per uscire dal songwriting stantio che li aveva afflitti?

Risposta: nonostante Donnie Hamzik non sia certo un virtuoso alla Rhino, stando a quanto presentato in Thunder in the Sky, decisamente si!
 
Dimentichiamoci i pezzi tirati fatti con lo stampino nonché le interminabili parti strumentali d'atmosfera, la sezione ritmica sempre più monotona e i cori ripetuti all'infinito e ritorniamo a un sound accostabile a un riuscito mix tra Sign of the Hammer e gli episodi migliori di Louder than Hell: signori i Manowar sembrano aver ritrovato l'anima!
 
La title-track parte subito sparata ed epicheggiante specialmente nell'ormai tradizionale break centrale. Si nota, immediatamente, che l'insieme ritmico è marcatamente più corposo del solito e si evince quello che sarà il connotato portante che avranno tutte le nuove song: una accurata ricerca negli arrangiamenti per non scadere mai nel banale o nel pacchiano. (si parla dei Manowar comunque, quindi non aspettatevi certo fraseggi progressivi - Nda).
 
A ruota segue la strepitosa Let The Gods Decide che reputo il più bel pezzo prodotto dei Manowar dall'ormai lontano Triumph of Steel. Grinta, melodia e coinvolgimento: complimenti! Difficile pensare che alla fine non sarà questo il miglior brano del nuovo album.
 
La terza traccia, Father, è invece, una ballad ri-proposta sul secondo CD, in addirittura ben sedici lingue differenti (un po' sulla scia di quanto fatto dai Blind Guardian con Frutto del Buio). Nonostante il risultato non riesca a coinvolgermi particolarmente, se non per il testo, del lotto quantomeno la versione giapponese resta un must!
 
Arriva il momento dell'anthemica Die With Honor, prevedibile nuovo classico della band dal vivo con, neanche a dirlo, un Eric Adams sempre inarrivabile a farla da padrone. Qui il coro di supporto c'è ma nel giusto senza strafare.
 
La riproposizione di The Crown And The Ring poco o nulla aggiunge alla versione originale edita su Kings of Metal mentre la conclusiva God Or Man è il pezzo più selvaggio che, è il caso di dirlo, finalmente rompe quello schema in 4/4 alla House of Death ripetuto ossessivamente in tutti gli episodi più veloci degli ultimi due lavori. Degno di nota è anche l'eccellente refrain che riesce a far venire la pelle d'oca e ricorda da vicinissimo i Virgin Steele dei due Marriage of Heaven and Hell.
 
Benché ci sia sempre un Karl Logan ottimo esecutore ma che ancora non riesce a graffiare come un Ross the Boss o uno Shankle, se il buon giorno si vede dal mattino siamo davvero sulla buona strada. Il nuovo album Hammer Of The Gods, primo capitolo della Asgard Saga incentrata sulla collaborazione con lo scrittore fantasy tedesco Wolfgang Hohlbein, si preannuncia indubbiamente un piacevole ritorno


Dario Paletta


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Tracklist:

CD 1:
01. Thunder In The Sky
02. Let The Gods Decide
03. Father
04. Die With Honor
05. The Crown And The Ring (2008)
06. God Or Man
 
CD 2:
Versioni di "Father" con testo nelle seguenti lingue:
Tedesco
Italiano
Rumeno
Ungherese
Bulgaro
Norvegese
Spagnolo
Francese
Greco
Turco
Polacco
Giapponese
Croato
Portoghese
Finlandese

Line-up:
Eric Adams - Vocals
Karl Logan - Guitars
Joey DeMaio - Bass
Donnie Hamzik/Scott Columbus - Drums


 

 
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