Recensione: Thundersteel 30th Anniversary Edition [Cd e Dvd]

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Per chi frequenta più o meno assiduamente queste pagine web a sfondo nero è superfluo raccontare chi siano i Riot e quanto abbiano rappresentato per la siderurgia applicata alla musica. E quanto ancora portino avanti la tradizione con i dignitosissimi Riot V.

Per quei quattro lettori che invece si imbattono più o meno casualmente nella lettura di queste righe ecco quanto: nascono nel 1975 in quel della Big City da un’idea di Mark Reale [R.I.P] (1956-2015) e, fino all’uscita di Thundersteel, oggetto della recensione nella sua edizione del trentennale, collezionano fra gli altri un disco bomba, di quelli che per davvero hanno inciso nella pietra il cammino della musica dura mondiale. Si intitola Fire Down Under, è datato 1981 ed è il seguito dell’esordio e di Narita. La leggenda vuole che la band, mandando letteralmente a quel paese l’etichetta precedente – La Capitol, che pretendeva da loro un album di Aor (???) – approdi alla Elektra e confezioni un lavoro con i controcolleoni di heavy fucking metal fumigante. Una delle pietre miliari dell’Acciaio, punto! Alla voce Guy Speranza, il cantante sino a quel momento simbolo del gruppo, insieme con l’obbligatorio Reale, ça va sans dire. Cambio di formazione, l’ennesimo, e col subentro dietro al microfono del fascinoso Rhett Forrester, un David Coverdale versione ossigenata ante litteram, totalmente differente per stile, timbrica e impostazione da Speranza, i Riot sono “obbligati” a sterzare verso l’hard rock e confezionano due dischi di pregio quali Restless Breed (1982) e Born In America (1983). Poi l’oblio, datato 1984, per dissidi fra i vari membri.

Il risveglio, brusco, improvviso e violento, avviene nel 1988. Il chitarrista Mark Reale raduna al proprio capezzale il possente Tony Moore (Vox), uno che conosce a memoria la lezione impartita da Rob Halford e James Rivera, poi Don Van Stavern al basso e “MartelloBobby Jarzombek ai tamburi, sebbene sul disco si alterni a Mark Edwards (Lion, Steeler). Il risultato che ne fuoriesce prende il titolo di Thundersteel e, ancora oggi, porta le stimmate di un’autentica CORAZZATA heavy metal. I Riot, poi sapranno ancora stupire, anche nella loro recente rivisitazione “V” ma, a parere dello scriba, non saranno più in grado di raggiungere le vette toccate da questo platter uscito per la CBS trent’anni fa.

Mi permetto un ricordo strettamente personale: quando Thundersteel uscì, nel 1988, quasi nessuno se lo aspettava. Fu il classico fulmine a ciel sereno, quantomeno alle nostre latitudini. Fra gli ultras del combo Usa serpeggiava ancora l’amaro in bocca dovuto al cambio di genere avvenuto giocoforza dopo l’entrata di Rhett Forrester. Un autentico campione, sia ben chiaro, amatissimo, ma nettamente più in ambito hard rock che non HM, mentre i die hard fan si attendevano, a ragione e con trepidazione il seguito dello scintillante Fire Down Under. C’era poco da fare…

Thundersteel, con la sua velocità e la sua potenza, incarnò queste aspettative in maniera sublime. Tribolando, nel senso che mi dovetti sbattere non poco per trovarlo, lo acquistai in musicassetta originale, come consuetudine in quegli anni, nonostante il netto cambio del logo, che a quei tempi di immobilismo a livello di fonte di informazioni fresche da parte di band poco supportate dai vari uffici stampa, faceva sorgere spontanea la domanda: “Ma saranno “quei” Riot oppure no?”. A fine recensione la foto di quella Mc adagiata sull’inserto di Thundersteel 30th Anniversary Edition. Fine del pistolotto. 

Tornando a noi, la Metal Blade ha pubblicato l’edizione del trentennale di Thundersteel in diverse forme. La recensione si riferisce a quella in doppio Digipack CD remaster/DVD. Rispetto all’originale a nove pezzi la versione 2018 presenta sei brani in più, oltre a due uscite alive della band documentate nel Dvd, che si avvale anche di quattro extra.        

La title track possiede la forza di un jab da ko: velocità, potenza e una sirena come Moore a pieno servizio, questi gli ingredienti chiave di un brano divenuto iconico, non solo per i Riot. Ancora scapocciate a gogò fra le spire di “Fight Or Fall”, canzone ove la verve siderurgica del frontman si sublima. “Sign Of The Crimson Storm” con la sua epica diffusa permette di mettere da parte il collarino ma è subito heabanging furioso su “Flight Of The Warrior” (prima) e “On Wings Of Eagles” (dopo). “Johnny’s Back” mantiene sempre alto il livello di songwriting del disco, impossibile non stamparsi in testa il refrain portante di un pezzo di cotanta valenza. Ma i Riot sanno addirittura superarsi nei quattro minuti e trentanove di “Bloodstreets”, il perfetto connubio tra la violenza dell’heavy metal e la melodia. Tony Moore sugli, scudi, per l’ennesima volta.  Spazio al metallo straclassico di “Run For Your Life” – il brano più ordinario dell’intero lotto - e si chiude baracca e burattini con i nove minuti e passa di “Buried Alive”, un affresco metallico dalle tinte fottutamente Riot.     

A partire dalla traccia numero dieci si susseguono due alternate version di brani già presenti (“Bloodstreets” e “Buried Alive”) e quattro estratti dal vivo risalenti al 1988: “On Wings Of Eagles”, “Flight Of The Warrior”, “Johnny's Back” e la title track. Riguardo le prime due, dal momento che agli originali non mancava proprio nulla, e probabilmente i Riot ne erano consapevoli, le nuove chiavi di lettura si insinuano in maniera elegante fra le trame poi finite si disco rendendo oltremodo molto affascinanti anche queste versioni alternative, che non sfigurano per niente, mantenendosi vicinissime alle tracce primigenie. I quattro pezzi alive sono importanti testimonianze e nulla più, così come il concerto di Halletsville in Texas, dello stesso anno, posto in apertura del Dvd. Diverso il discorso afferente le seguenti otto tracce, immortalate dal vivo in quel di Tokyo nel 2009 in due occasioni, ove la qualità delle immagini rende giustizia ai Riot, con qualche chilo di troppo – Mark Reale escluso – ma “tiro” da vendere. La parte del leone la fanno però gli extra: trascurabile l’intervista in apertura ma imperdibile il video clip ufficiale di “Bloodstreets”, ove si respira aria anni Ottanta a pieni polmoni. Ma le chicche sono concentrate in chiusura: Rhett Forrester, frontman dei Riot nel 1982-83, lo si può ammirare in "Born In America" e "Restless Breed", le classiche ciliegine sulla torta, insomma, per l’uscita griffata Metal Blade.     

Ad accompagnare il 30th Anniversary Edition un pieghevole di 36x36 cm – in pratica nove paginette di quelle classiche da booklet – con tutti i testi su di un lato e bellissime foto in bianco e nero dall’altro, alloggiato nella centrale di un cartonato a tre ante.     

La leggenda dell’Acciaio passa di qua…  

 

Stefano "Steven Rich" Ricetti

 

 

RIOT THUNDERSTEEL   MIA MC

 

 
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