Recensione: Tibi Et Igni

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E siamo a dieci!

Come i capitoli della saga targata Vader, che vede la luce a distanza di tre anni dalla ‘rinascita’ intitolata “Welcome To The Morbid Reich”, che vedeva il granitico Piotr “Peter” Wiwczarek risollevare la macchina inceppatasi in qualche album precedente.

L’ingrediente e la soluzione è facilmente auspicabile, col re-inserimento di quegli elementi che li hanno resi famosi grazie alla loro inaudita violenza, che partiva da uno speed-thrash-metal e che, anno dopo anno, disco dopo disco, formazione dopo formazione, vedeva arricchire il vocabolario musicale del combo fino a trovare il baricentro del loro sound massacrante.

La lista dei vari musicisti che hanno affiancato il leader nel quarto di secolo dalla nascita della band è chilometrica, con Piotr mai domo e sempre pronto a riunire attorno a sé musicisti con spiccate caratteristiche, sia tecniche che (soprattutto) distruttive, pronte ad essere scagliate contro il mondo con una violenza inaudita, frutto di una rabbia e di un’energia, fattori vitali nell’economia generale del loro sound, che vede sprigionarsi con tutti i ‘cavalli’ a disposizione durante le infuocate esibizioni live. La band ha comunque continuato ad avere una certa proficuità con le uscite in studio, e nel recente “Tibi Et Igni” James Stewart prende il posto di Pawel “Paul” Jaroszewicz” dietro le pelli per onorare al meglio questo decimo full-length della loro strepitosa discografia.  

Un’intro apocalittica quasi da colonna sonora ci introduce a “Go To Hell”, e piove sangue e metallo da tutte le parti, prevedendo già il massacro nel pit durante i live. Un continuo martellamento ci assale, incessante e ossessivo, che si protrae per la successiva “Where Angels Weep”, che continua il gioco al massacro per i suoi due minuti di fuoco. Solo uno ‘stacco’ medium arresta la furia polacca, che sfoga la sua rabbia con la solita furia al tritolo. “Armada On Fire” conclude il trittico terrificante, una decina di minuti di vero e proprio massacro, non potevamo aspettarci miglior rientro in scena dei Vader, ma il proseguo?

“Triumph Of Death” si basa su un riff di facile ascolto, che tornerà come un leitmotiv per tutto il brano. Il ritmo è semplice e riporta indietro alle prime scorribande della band insieme a Venom, e ai pionieri dell’hard rock. Soli di chitarra non proprio memorabili, non per la perizia tecnica di "Spider" Paj?k, ma per la scarsa capacità di deliziarci con qualcosa di nuovo. Degno di nota il finale, con dei lunghi accordi che lasciano Piotr declamare fino a concludere il brano..

L’intro sinfonica e marziale di “Hexenkessel” è dettata dal rullante di Stewart ci immette a primo riff quasi in stile *-core, che passa il testimone a un nuovo e più aggressivo riff, che esplica Piotr in quella che è una vera e propria strofa. Ma ecco che finalmente la batteria rompe gli indugi per condurci a un solo di chitarra anni ’80, ricco di citazioni e lick che ascoltiamo negli ambienti metal da 30 anni. La sinfonia iniziale chiude così come aveva iniziato, con Piotr che sputa l’anima in un ultimo giro di giostra.

Finalmente “Abandon All Hope” rimette tutti d’accordo, con la batteria che tira a mille, ben intersecata con riff killer a cui i Nostri ci hanno abituato. Nella sua breve durata il brano esprime a mio avviso il miglior momento dell’intero disco. Un’intro free tra demoni e accordi introduce “Worms Of Eden”, dove i blast di Stewart sono terreno fertile per le sei corde, che lasciano Piotr libero di urlare a pieno regime la sua foga. La lunghissima intro di organo di “The Eye Of The Abyss”, è portatrice di non buone notizie, lasciando spazio al solito riff minaccioso, su cui si scaglia Piotr, sulla doppia cassa assassina di Stewart. Il tutto è suonato bene, benissimo, ma niente che scuota davvero a fondo, compresa una perfezione chirurgica della produzione, targata Nuclear Blast. Ancora un solo neo melodico si staglia sull’organo iniziale, che chiude il brano più lungo del disco.  

“Light Reaper” è un altro massacro sonoro, che finalmente si degna di qualche ‘rallenamento in corso’. I riff sono ottimi, si splittano tra la voce del leader e i soli di "Spider" Paj?k, questa volta meno note e più ‘caotico’. Ottimo brano che conduce al conclusivo “The End”, melodica nella fase iniziale, che cede alla tentazione di una ballad sulla quale Piotr si delizia tra parlato e cantato aggressivo, come tradizione vuole. Il tema della chitarra (non vogliatemene) è di quanto più banale e trito possa essere messo in atto per il brano conclusivo.

Tirando le somme, tenendo conto della carriera della band non saremmo obiettivi, ma un disco come “Tibi Et Igni” sembra confezionato a tavolino, tutto bello, suoni perfetti, ma solo a metà, il resto sembra pura routine. A tratti manca l’anima (alla musica, non a Piotr), ingrediente principale del loro sound.

Chiunque li segua dagli esordi, dubito che questa nuova uscita darà particolari emozioni, se non per il trittico iniziale e qualche altro brano menzionato. Vedremo col tempo come e dove collocarlo, al momento sulla ‘pila’ dei dischi da “ri-ascoltare”.

Vittorio “versus” Sabelli
 

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