Recensione: Time Stands Steel

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Vent’anni, venti lunghissimi anni ci vollero affinché i bolognesi Crying Steel dessero un seguito al pluriosannato On the Prowl, il famoso disco dalle “due…” pantere borchiate risalente al 1987, autentico emblema dell’Italian way of heavy metal degli Eighties. Correva l’anno 2007 e, sulla spinta delle reunion delle band storiche che attraversava lo Stivale Metallico, Alberto Simonini e i Suoi prodi sodali decisero che era tempo di dare un seguito al primo full length della Loro storia.

The Steel is Back! vide la luce per la My Graveyard Productions e incredibilmente allineò fra i propri solchi la stessa formazione dei due decenni precedenti. Indi, oltre al succitato Simonini, Franco Nipoti alla seconda ascia, Angelo Franchini al basso, Luca Ferri alla batteria e per finire l’uomo con il cognome più storpiato d’Italia all’interno delle cronache siderurgiche tricolori, ossia Luca Bonzagni alla voce.             

Disco diretto, Il Ritorno dell’Acciaio, difficilmente assimilabile al predecessore, nato per pestare duro e permettere alla band di riappropriarsi del vecchio scranno all’interno dell’Olimpo dell’HM italico. Dieci-canzoni-dieci all’insegna dell’onda d’urto sonora, che si abbeverano direttamente alle fonti che diedero gli albori al gruppo; fra tante luci qualche ombra, invero, anche se molti die hard fan lo preferirono addirittura allo stesso On the Prowl, lavoro che a Suo tempo venne fortemente  incensato dall’Intellighenzia giornalistica imperante.   

Anno Domini 2013: sei anni ci sono voluti per vedere sugli scaffali un nuovo lavoro targato Crying Steel e di acqua sotto i ponti da quel 2007 ne è passata davvero molta. Al di là del gran numero di concerti di rilievo effettuato dal combo felsineo, la corrente formazione vede alla voce Stefano Palmonari, giovanotto massiccio dall’ugola possente che a oggi si è integrato appieno alle logiche del gruppo, sia su disco che on stage. La magica chitarra di Alberto “Albert” Simonini, colonna del Metallo Italiano, da tempo vacante a causa dei problemi di salute di quest’ultimo, è stata presa in mano, anche se in modo figurato, da Max Magagni, anch’esso da tempo approdato alla corte dei Nostri e ingranaggio ampiamente rodato in ogni ambito. 

Insieme con le altre tre certezze germogliate all’ombra della Torre degli Asinelli, quali Nipoti, Ferri e Franchini, a costituire la colonna vertebrale dell’ultimo nato Time Stands Steel vi è ancora la My Graveyard Productions di Giuliano Mazzardi. Impossibile, rimirando la cover, non apprezzare il salto di qualità nei confronti di The Steel is Back! anche perché, per dirla tutta, l’immagine curata da Laura Rossi è veramente riuscita benissimo, anche grazie al lavoro di fotografia portato avanti da Angelo Zaramella. Da notare che le grazie di Cristina Navarra, la ragazza rappresentata in copertina, si possono maggiormente apprezzare – o per meglio dire immaginare – direttamente sulla serigrafia del dischetto ottico fisico, per chi fosse interessato ad approfondire.                 

Venendo alla musica, che è l’unica cosa che conta per davvero, va sottolineato che i Crying Steel non hanno di certo impiegato il tempo intercorso fra ’Steel e ‘Time a raddrizzare banane ma viceversa hanno cercato di scrivere canzoni degne di tale definizione. A sorpresa, la pluri-già-proposta in salsa live Defender risulta essere fra gli episodi più ordinari del disco: autocelebrativa oltre misura. Merito a Palmonari di echeggiare Mr. Bonzagni all’interno delle trame di Shutdown, pezzo che poteva benissimo stare anche su On the Prowl, scorre senza infamia e senza lode Looking @ ed è con Rockin’ Train che i ‘Crying trovano la quadra: riffoni di marca Accept e cori a squarciagola a dettarne l’incedere metallico, sullo stile della compianta Ronnie James Dio band. Altro pezzo da 90 la successiva Heavens of Rock, Saxon fino al midollo nella struttura e pregna di quella melodia tipica dei Dokken degli anni d’oro. Crying Steel, il pezzo, è un atto d’amore da parte dei cinque bolognesi nei confronti della scena che hanno contribuito a creare ed alimentare negli anni Ottanta. Doverose le citazioni di altri eroi all’interno del testo quali Skanners, Revenge, Danger Zone e Bud Ancillotti, a racchiudere l’intero movimento toscano: l’ennesimo inno made in Italy dedicato agli Dei dell’Acciaio.

Segue il mid tempo pesantissimo siglato Metal Ways, con un coro ruffianotto su basi di alto tonnellaggio e iperclassiche, a segnare un altro tassello intrigante fra le trame di Time Stands Steel. Ancora Saxon a manetta in Startline, traccia spudoratamente discendente dalla nobile lezione impartita nelle lande dello Yorkshire sul finire degli anni Settanta e tuttora in vita, Riding richiama qualcosa degli Hammerfall per poi ripiegare fra i rincuoranti sentieri tradizionali dell’Acciaio fatto musica con le stimmate 100% Crying Steel old style nel chorus. Mazzata senza redenzione in No Slip, ove i Nostri picchiano senza paura forti di una sezione ritmica possente, Black Eye è figlia degenere dei Dokken di Tooth and Nail e si chiude baracca e burattini sulle note di Beverly Kills, traccia intrigante, che va a segnare il probabile highlight assoluto del disco per lo scriba, in virtù di un coro incredibile che forse solo noi italians, al momento, in ambito ortodosso siamo capaci di cacciar fuori dal cilindro. 

Due parole, da spendere per il booklet: anche in questo caso, come per la cover, ottimo il lavoro portato a termine, a partire dalle foto dei protagonisti oggi on stage e tanti anni fa da bimbi, oltre a tutti i testi riportati con caratteri leggibili, particolare che dovrebbe essere scontato, ma che sappiamo bene essere molto spesso fallace.   

 

I Crying Steel, se mai cene fosse stato ancora bisogno, legittimano il Loro ritorno sulle scene con l’album della consacrazione legato alla seconda parte della Loro carriera, tramite un songwriting fresco e una possanza degna del nome che portano in dote da decenni. Un netto passo avanti, quindi. Chapeau, bulgnai? …              

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti       

       

 
80