Recensione: Tokyo JukeBox

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Spesso, in sede di valutazione di un album, il gusto personale scavalca l'oggettività e si leggono critiche che più che tali, sembrano sentenze.
Sentenze di fallimento contro musicisti di livello superiore, vere e proprie arringhe la cui dimostrazione tende a metter dubbio sull'onestà intellettuale degli artefici della storia di un album o di un genere, venduti al music biz che permette di restar loro a galla in un mondo oppresso da migliaia di produzioni discografiche.
Presuntuoso? Forse sì. Non è invece presuntuoso cercar di calarsi nella realtà di un disco analizzandolo, pur con soggettività. Non è presuntuoso affermare che le emozioni musicali possano maturare nel tempo attraverso ripetuti ascolti.

Allora, che si dovrebbe dire di "Tokyo Juke Box", nuovo studio album del talentuoso chitarrista Marty Friedman? Come si dovrebbe interpretare un platter di sole cover rivisitate da uno dei più polivalenti chitarristi che il panorama rock/metal abbia messo a registro? A dir la verità, dopo molti ascolti, dopo aver cercato in svariate occasioni il momento giusto per poterlo apprezzare, mi viene da dir che non ci siamo…

Ciò che il signor Friedman ha fatto nel corso della carriera è noto anche ai gatti. Prima da solista, poi in collaborazione con il geniale e sfortunatissimo Jason Becker, passando per i Megadeth della pietra miliare "Rust in Peace", il maghetto filo-nipponico delle sei corde ne ha fatte vedere di tutti i colori.
Ha materializzato magie shred indimenticabili, s'è contornato di imprevedibili musicisti di caratura internazionale, ha dato sfoggio di estro e perizia esecutiva e, al di là dei gusti, ha saputo ritagliarsi un piccolo spazio nella storia dei guitar hero che contano.
Era quindi lecito aspettarsi un disco particolare? Certo che sì! Ed ecco uscir sul mercato "Tokyo Juke Box", album edito dalla valida Mascot Records, label che da un po' di tempo a questa parte si rivela molto attenta alle proposte di potenziale qualità, come questa di cui stiamo parlando.

I brani di "Tokyo Juke Box" sono cover di pezzi editi originariamente da musicisti giapponesi: 'Carneadi, chi furono costoro?' Poco importa, gli spunti di riflessione sono parecchi se si pensa che il buon Marty ne combina di “cotte e di crude”. Le dodici canzoni rivisitano altrettanti brani strumentali J-Rock, affrontando svariati stili in modo un po' folle.
I pezzi richiedono un po' d'attenzione perché le ritmiche sono accelerate, poi rallentate, poi sincopate; nel frattempo i soli sparano note a velocità incontrollata pur allineandosi perfettamente agli schemi dello schizofrenico songwriting adottato.
Pizzichi di rock, di pop e d'acustico, enfatizzati da una produzione brillante, completano l'opera e il piatto è servito.

Tutto suona tanto spontaneo, quanta è l'abilità con cui l'artista gioca con la propria chitarra. Ed è questo il maggior pregio di "Tokyo Juke Box": il divertimento puro.
Ma tal non soddisfa i desideri di chi ripone in artisti di caratura tanto prestigiosa, la speranza di assistere a qualcosa di nuovo, di ispirato e di unico.
"Tokyo Juke Box" dà quindi l'idea d'esser il classico album un po' presuntuoso. Come si accennava all'inizio di recensione, una presunzione che stavolta non è additabile all'ascoltatore, cui spetta ogni libertà di giudizio.

Una libertà di giudizio più che dovuta, perché questa ennesima fatica va a segnare una magra “sufficienza” su un curriculum discografico fin qui ineccepibile. Considerati i pregressi, appare, di fatto, un piccolo passo falso...

Forse a Marty Friedman interesserà ben poco il giudizio della critica; il 'lavoro' del musicista 'si fa a volte anche per puro guadagno e finalizza un divertimento (almeno così ci auguriamo un po' tutti!). Ma un piccolo sforzo in più non sarebbe stato affatto sgradito.

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Tracklist:

01 Tsume Tsume Tsume
02 Gift
03 Amagi-goe
04 Story
05 Polyrythm
06 Kaeri Taku Natta Yo
07 TSUNAMI
08 Yuki No Hana
09 Eki
10 Sekai Ni Hitotsu Dake No Hana
11 Romance No Kamisama
12 Asu E No Sanka

 
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