Recensione: Tokyo Tapes

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Giappone, terra benedetta e fortunata per i live album. Sarà perchè i gruppi che hanno prodotto là i loro dischi "dal vivo" sono sempre stati grandissimi anche in studio, sarà che i giapponesi hanno con il rock un feeling particolare, sarà che nel Sol Levante girano moltissimi affari legati al mercato musicale, fatto sta che i vari live girati lì, "Made in Japan" su tutti, hanno sempre fatto un'ottima figura. E anche "Tokyo Tapes" fa parte di diritto di questa fortunatissima serie di produzioni. Siamo nel a cavallo tra il 1977 e il 1978, e gli Scorpions hanno finito da poco di girare il loro quinto disco, "Taken by Force", quando partono per i classici tour di promozione dell'album. Uno di questi tour li vede appunto approdare in Giappone, dove i ragazzi di Hannover ricevono una accoglienza alla quale, pur essendo da diversi anni sulla cresta dell'onda (almeno fuori dagli USA dove spopoleranno a partire da un paio di anni dopo), ancora non erano abituati. Infatti il popolo dagli occhi a mandorla riserva loro un trattamento da vere proprie superstar, trattamento che verrà ricambiato con una serie di grandi concerti, tra cui quello alla Sun Plaza Hall di Tokyo, che verrà registrato su un doppio album, che verrà appunto intitolato "Tokyo Tapes".

Vediamo come ci si presenta dunque questo disco, destinato a rimanere negli annali. Posso partire dicendo sicuramente che "Tokyo Tapes"  nel complesso è molto probabilmente il migliore dei tre live che sono stati prodotti da Meine e soci, per il feeling che riesce a creare con l'ascoltatore. Le canzoni in esso contenute rappresentano la "creme de la creme" dei primi 5 anni di vita della band, vere perle di musica di un Hard Rock molto barocco e caratteristico, magari non di immediata assimilazione, ma di contenuti musicali e tecnici elevatissimi, cosa che risulta anche semplice quando si hanno tra le proprie fila artisti come Uli Roth (al suo ultimissimo disco con gli Scorpions), Schenker, Meine, tutte istituzioni nei propri campi di competenza. Fatte bene e anche molto azzeccate le scelte di includere nell'album due cover di Re Elvis, ovvero "Hound Dog" e "Long Tall Sally", nonchè una canzone in giapponese eseguita apposta per l'occasione, "Kojo no Tsuki", tutte song vengono eseguite a regola d'arte, per l'estasi di pubblico e addetti ai lavori.
A dire la verità Meine non mi sembra in forma esagerata nelle varie canzoni, o meglio, non è come sentirlo su disco. Per carità stiamo parlando di standard altissimi, e infatti pulizia e tonalità, intonazione e pathos sono presenti a quintali, solo che la voce non raggiunge le punte vocali che uno che ha ascoltato solo i dischi da studio potrebbe aspettarsi. Quindi non sentirete mai i picchi vertiginosi degli urli di Dark Lady ad esempio, ma poco male, perchè avere un cantante che si esibisce così da vivo penso farebbe rodere d'invidia almeno il 90% delle band in circolazione. I quattro strumenti invece sono al loro meglio, e se la suonano davvero alla grande.
Roth è come sempre fenomenale, geniale a inventare frangenti melodici e assoli sempre nuovi con la sua lead guitar (in fondo doveva rendere davvero indimenticabile questo suo addio), Rudolph Schenker e Francis Buchholz tengono il ritmo in maniera eccellente con chitarra ritmica e basso, ma il musicista che esce ingigantito dopo questo disco è sicuramente Hermann Rarebell. Forse sempre un pò in ombra negli studio album, dove la batteria è sempre abbastanza secondaria rispetto agli altri strumenti e relegata a tenere il ritmo senza alcuno spunto particolare, qui Hermann esibisce tutta la sua notevole tecnica, con tanto di splendido assolo batteristico nella parte centrale di "Top of The Bill", che mette decisamente la ciliegina sulla torta, sulla song e sulla prova di Hermann stesso, al riscontro dei fatti il miglior musicista del disco in relazione alle aspettative riposte sui singoli scorpioni. Una volta parlato della prestazione musicale bisogna però analizzare l'altra faccia della medaglia dei live, quella che spesso condanna le band all'immortalità o alla delusione totale, ovvero il carisma mostrato sul palco. Beh da questo punto di vista si dorme davvero da due guanciali. Gli Scorps hanno infatti all 100% quella caratteristica tipica di tutte le rock band degli anni '70, ovvero di essere degli "animali da palcoscenico", intrattenitori incredibili, non solo con la musica, ma con ogni singolo gento, parola, azione. In Tokyo Tapes questo lato della band (anni dopo una rivista elesse gli Scorpions come miglior Live band della storia, cosa ovviamente discutibile ma non impossibile), dicevo questo lato della band si denota in maniera davvero notevole. Fin dalle prime battute si sente che il pubblico è coinvolto, urla, batte le mani ad ogni singola canzone, reagisce in maniera davvero calorosa alle provocazioni di Meine e degli altri, esultando anche all'interno delle singole canzoni (a un certo punto l'esecuzione di We'll burn the Sky è praticamente interrotta dagli applausi della folla). Le dimostrazioni del massimo carico emotivo si hanno forse quando la band esce la prima volta dal palco (succederà tre volte, con due ritorni), e il pubblico inizia a intonare battendo le mani : "Scorpions, Scorpions, Scorpions...", e quando tutti i presenti cantano "Kojo no Tsuki", il momento di maggior pathos dei 2 cd a mio avviso. Poi, dopo Robot Man, la band finisce davvero di suonare, finendo il cd e consegnando alla storia uno dei migliori live di sempre, sicuramente non il migliore, ma nemmeno così tanto distante.

Riccardo "Abbadon" Mezzera

Tracklist :

CD1
1) All Night Long
2) Pictured Life
3) Backstage Queen
4) Polar Nights
5) In Trance
6) We'll Burn the sky
7) Suspender Love
8) In the search of The peace of mind
9) Fly to the Rainbow

CD2
10) He's a woman, She's a man
11) Speedy's Coming
12) Hound Dog
13) Long Tall Sally
14) Steamrock Fever
15) Dark Lady
16) Kojo no Tsuki
17) Robot Man

 
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