Recensione: Torn Banners

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Torn Banners”, secondo album dell’italica compagine Artaius (se si eccettua il demo autoprodotto "MMXI"), viene pubblicato a due anni dall’esordio "The Fifth Season"; in questo nuovo capitolo la proposta dei nostri sassolesi si indurisce, accantonando gli stacchi jazzati del recente passato per avvicinarsi a un folk più canonico ma ancora assai aggressivo (che in quel periodo andava ancora per la maggiore e, lo ammetto, non mi era ancora venuto a noia), e sfrutta molto bene la corposità garantita da un substrato di death melodico su cui si sedimentano ripetute lumeggiature di tastiera, violino e flauto, il tutto condito dalla classica contrapposizione tra voce femminile pulita e maschile in scream. Durante l’ascolto mi sono tornati alla mente in più di un’occasione gli Eluveitie, giusto per demarcare un attimo il terreno su cui ci muoviamo, ma è innegabile che i nostri ci mettano parecchio del proprio anche a costo di strafare, inserendo nel loro amalgama motivi tradizionali, passaggi più moderni, fraseggi strumentali che strizzano l’occhio agli anni 70 – italiani e non – e quel pizzico di epicità che in un disco del genere non stona mai. Il risultato è un album tutt’altro che banale, ma che forse cerca di inserire nell’impasto di partenza troppa roba, andando ad inficiare un po’ la sua organicità con sperimentazioni non bene amalgamate al resto della trama sonora.

L’ottima partenza di “Seven Months”, traccia serrata in cui i nostri si lanciano alla carica con le armi bene in vista, dispensa melodie danzerecce e suadenti vocalizzi accanto a riff serrati e urla abrasive, con un rallentamento centrale che spezza un po’ il ritmo per far crescere la tensione in vista del ritorno alla melodia portante in tempo per la chiusura. La successiva “Daphne”, per parte sua, parte subito a spron battuto con un riff molto diretto, introducendo la componente folk in un secondo momento; dopo la finta partenza il pezzo si assesta su ritmi meno frenetici dell’opener, infatti qui a farla da padrone è la voce flautata di Sara, sorretta da synth dal sapore estraneo che si intrecciano alle chitarre per donare al pezzo un profumo meno convenzionale; Francesco torna a dire la sua durante la breve sfuriata che apre la seconda parte del brano, subito raggiunto da Sara che torna a dettar legge poco prima del finale. “Leviathan” è una canzone strana, atmosfericamente oscura e decadente, in cui le melodie del violino si intrufolano nel tessuto sonoro effettato dei nostri ricamando intorno ai gorgheggi femminili e ai riff che pian piano si appropriano della parte centrale del brano. Nel finale si torna a sperimentare con melodie effettate e aliene, su cui si innestano dissonanze appena annunciate. “Eternal Circle” torna a snocciolare riff corpacciuti e melodie più canoniche, giocherellando con velocità frastagliate e inserti epicheggianti, mentre “The Hidden Path”, dopo un inizio tipicamente folk, si diverte a mescolare le carte. Ecco allora che alle parti di flauto fanno da contrappunto riff vicini al death più melodioso, incursioni di pianoforte e violino e linee armoniche ora romantiche ora compassate, in cui perfino lo scream si piega a una certa malinconia di fondo.
Pictures of Life”, da brava ballatona, si apre con un arpeggio acustico che sorregge la voce di Sara, stavolta in un’accezione più intimista e meno liricheggiante; la traccia non possiede un vero e proprio crescendo, ma gioca per tutta la sua durata con melodie delicate, dalle tinte quasi pastello – rafforzate qua e là dall’introduzione di strati aggiuntivi – fluttuando dolcemente anche grazie a un insospettato sottofondo quasi progressive che me l'ha fatta molto apprezzare. Si torna alla carica con “Pearls of Suffering”, canzone sfaccettata in cui la carica arcigna e agguerrita viene inframezzata da ripetuti rallentamenti folk caratterizzati, a loro volta, dall’ingresso in scena del flauto e delle pacate intromissioni di Sara; l’intermezzo centrale, ritmato e dal profumo quasi trionfale, apre a una sezione strumentale più space-oriented che ci traghetta al finale, confezionando una traccia forse un po’ troppo eterogenea, ma in fin dei conti molto godibile. “Dualità” parte con un piglio black, smorzato subito dalla strofa più compassata; le accelerazioni successive e le placide incursioni strumentali – di violino prima, di chitarra poi – rendono il brano cangiante e tengono viva l’attenzione, ma rafforzano l’impressione di varietà forse eccessiva che già avevo percepito nella traccia precedente. “By Gods Stolen”, dopo un’intro narrata, parte con piglio eroico mescolando death melodico e motivi danzerecci, mentre la successiva “By Humans Claimed” si distende languida sulle morbide note di pianoforte e violino; la voce di Sara apre all’entrata degli strumenti elettrici, che comunque si mantengono in disparte per concedere la luce della ribalta alle melodie romantiche che sfumano, poi, nella title track che chiude questo “Torn Banners”. Gli Artaius si congedano dal pubblico con un brano ritmato e cafone il giusto, sciorinando tutti gli elementi della loro proposta in rapida successione: ritmiche pulsanti, riff agguerriti, rapide accelerazioni e melodie sognanti fanno da contrappunto a rallentamenti carichi di groove ed intrecci vocali a loro modo sognanti.

Torn Banners” è un album ben fatto: ben suonato, prodotto in modo molto professionale e con alcune idee decisamente interessanti, ma l’eccessiva pluralità di elementi che compongono la proposta dei nostri potrebbe far erroneamente pensare a una certa confusione in fase di scrittura; in realtà, il passo avanti rispetto all'esordio (a mio avviso ancora un po' troppo frammentario) c'è stato, e con qualche ulteriore limatina qua e là, soprattutto per quel che riguarda le transizioni tra sapori diversi, potrebbe portare il gruppo di Sassuolo a dire la sua anche nel giro grosso.

 
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