Recensione: Tremendum

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E dieci!

Tanti sono gli album degli Hate. Da "Daemon Qui Fecit Terram" (1996) a "Tremendum" si percorrono ventuno anni di storia del death metal. Polish death metal, ovviamente.

Storia che non ha mai premiato abbastanza la compagine di Varsavia, perennemente oscurata da Vader e Behemoth. Perché ciò sia avvenuto, non è così semplice comprenderlo. Il successo in un genere estremo come quello che alita in "Tremendum" è un'alchimia complessa che richiede l'avvenimento di più circostanze concatenate fra loro. Mettendo da parte il resto e focalizzando l'attenzione sull'aspetto esclusivamente artistico della questione, una delle spiegazioni del mistero potrebbe risiedere nel fatto che gli Hate assommino a sé un po' dei due ensemble anzidetti. Circostanza in parte vera, in parte falsa.

In parte vera poiché, soprattutto in "Tremendum", l'ascoltatore meno attento potrebbe pensare a un'ipotetica formazione calibrata sulla voce di Peter (Vader) e la chitarra di Nergal (Behemoth). In parte falsa giacché, soprattutto adesso, gli Hate mescolano il più ortodosso dei death metal con il black. Tanto che certi passaggi sono così tetri e tenebrosi sì da caratterizzare con forza uno stile che pareva ormai essersi già mummificato ('Asuric Being'). Invece, Atf Sinner e Pavulon hanno saputo modificare il proprio approccio alla questione death cercando di approfondirne le trame emotive. Non così tanto da stravolgerne la natura ma abbastanza da costituire un'apprezzabile sorpresa.

Certamente l'impianto sonoro di base resta ben fondato sui dettami della scuola polacca - growling controllato, chitarre thrashy e blast-beats a profusione - , tuttavia, ponendo attenzione all'ascolto, non si riesce a sfuggire alla ragnatela di un flavour drammatico, cupo, oscuro ('Walk Through Fire', 'Svarog's Mountain'). La tecnica esecutiva dei Nostri è eccellente e quindi non mancano segmenti complessi, all'interno del disco, che interessano, anche, la composizione; parecchio elaborata e strutturata, la quale allontana definitivamente il concetto di facile ascolto. Al contrario, "Tremendum" è un platter spesso e granitico, ove si percepisce in ogni istante la cura maniacale che dev'esser stata utilizzata in fase di songwriting.

Probabilmente è proprio qui che si nasconde l'inghippo, consistente in una precisione e perfezione talmente alta da rendere il tutto poco spontaneo. Segno caratteristico del blackened death metal, sottogenere molto tecnico che fa della freddezza e asetticità il proprio marchio di fabbrica, cui occorre a questo punto assimilare gli Hate. L'elevato tasso di abilità esecutiva e la ridetta ossessiva precisione di scrittura fanno sì che "Tremendum" perda un po' di potere coinvolgente, rimanendo così intrappolato in se stesso, nella propria glacialità a tutto tondo.

È chiaro che comunque il livello complessivo messo in campo è assolutamente notevole e che nel lavoro non ci sono punti deboli evidenti. Anzi, difficile trovarne qualcuno. La percezione di glacialità è sicuramente dettata dai gusti personali, sui quali occorre passare sopra per raggiungere un punto di vista critico e, per quanto possibile, oggettivo, che disegna un'opera titanica, ricchissima di riflessi neri, a volte sfumati da toni drammatici ('Numinosum').

Gli Hate sono gli Hate: alla fine, è questo che importa. 

Daniele "dani66" D'Adamo

 

 
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