Recensione: Trinity of Deception

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Dall'Olanda piombano addosso ai fan del metal estremo i Burial Remains con il loro debut-album "Trinity of Deception". Poca la storia alle loro spalle. Formatisi nel 2016 in quel di Drachten, i quattro cavalieri dell'apocalisse si sono preoccupati di cominciare la loro carriera con un full-length, lasciando perdere singoli, EP, split, ecc.; badando quindi al sodo, senza tanti convenevoli.

Convenevoli che mal si accoppiano, peraltro, con lo stile musicale scelto da loro: old school death metal. Verrebbe da dirsi: «oh no, ancora!», sbagliando clamorosamente - stavolta - il tono dell'esclamazione. Sì, perché, a dispetto di tanta paccottaglia che gira nell'ambiente, e specificamente nello stile musicale suddetto, i Burial Remains si esprimono con piena coscienza dei propri mezzi. Sia mentali, sia fisici.

Soprattutto quelli mentali, poiché, e si arriva al nocciolo della questione, il death metal vecchia scuola che dà vita a "Trinity of Deception" è di quello da leccarsi i baffi. Non la solita minestra dal sapore trito e ritrito, che alla fine provoca nausea per la monotonia del suo gusto, ma - finalmente - un qualcosa che per davvero piazza sul piatto della bilancia un old school death metal come dovrebbe essere prodotto per lasciare traccia, per rimanere incollato alla memoria, per brillare di luce propria. Per dare l'ineguagliabile sensazione di piacere riferita all'ascolto di uno stile primigenio, antico - ma questo è ovvio - tuttavia perfettamente calato nella realtà dei giorni nostri. Con qualche digressione, cioè, foriera di un sound vivo, fresco ma stantio, che bolle e ribolle nella sua miscela di ingredienti vecchi e nuovi.

Come da tradizione, ma anche questo aspetto è scontato, da "Trinity of Deception" si debbono tenere lontano coloro che amano evoluzione, sperimentazione, progressione. No, i Burial Remains richiamano un genere ben noto a tutti ma lo fanno bene, anzi benissimo, regalando ai fan più fedeli sette song tiratissime di death metal come Dio comanda. Che poi sia old, vecchio stile, ecc., alla fine, a chi importa, quando una band riesce a esprimere qualcosa che nasce da un retroterra culturale esteso su cui fioccano i germogli della passione?

Sven è il fiero condottiero di una corazzata inaffondabile, i cui tempi di navigazione sono dettati dal suo growling semplicemente perfetto. Esente appunto da ogni possibile difetto, la sua roca ugola emette un suono cavernoso ma non troppo, stentoreo ma non troppo, avendo trovato uno stabile equilibrio fra voce e musica, tale da spingere le linee di competenza a seguire, pienamente intelligibili, le note e non andando per conto loro. Il che è già... tanta roba! Poi il continuo ronzare delle chitarre, impegnate a tessere delle trame impenetrabili, a ciò aiutate dal rombo incandescente del basso di Philippus (pure chitarrista). Ottimo il drumming di Danny, anch'esso superiore alla media del genere in quanto agile e vario, oltreché possente, sì da passare dalla morbidezza degli slow-tempo al dinamismo dei quatto-quarti eseguiti con gran lena e, fatto inusuale per questa foggia musicale, alla follia dei blast-beats. Tutto quando sopra all'interno di ogni singolo brano, obbedendo a un marchio di fabbrica ben disegnato, ben visibile, dai contorni netti, precisi, identificabili con precisione.

Detto ciò, appare inevitabile che il disco sia in grado di offrire alcune soluzioni a un problema apparentemente irrisolvibile. Quelle, cioè, deputate a evitare l'ingresso in famiglia della noia, offrendo sempre qualcosa di nuovo, di diverso nella sua uguaglianza, di scoppiettante, di piacevole da ascoltare.

Così, questa volta, "Trinity of Deception" rappresenta, grazie al talento dei Burial Remains, un più che buon viatico per assaporare il gusto, ormai lontano nel tempo, dello swedish death metal. Quello di razza. Quello buono.

Daniele "dani66" D'Adamo

 

 
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