Recensione: Troops Of Pain

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Oggigiorno Internet ha reso tutto più veloce e realizzabili cose che prima non lo erano affatto. Fra queste c'è la possibilità di creare musica senza che i membri di un gruppo si siano mai visti. E' il caso dei Mute The Saint dell'indiano Rishabh Seen e dei presenti Ahl Sina, fondati nel 2009 dall'egiziano Moustafa Troll. Il nome del progetto significa "gente del Sinai", in riferimento alla pacifica omonima Penisola in cui il fondatore si trovava in quel periodo. Certe vicissitudini portarono tuttavia alla formazione di un ensamble multietnico. Grazie al contributo dei membri localizzati tra Egitto, Germania e USA, dopo dieci anni potè essere concretizzato il presente "Troops Of Pain".
 
L'esordio dei nostri è un concept album che nella sequenza delle canzoni segue un flusso degli eventi. Dalla prima all'ottava traccia la storia si dipana dalla creazione, all'umanità ed a ciò che è diventato l'uomo, criticando particolarmente l'intolleranza ed il bigottismo. C'è altresì un messaggio di pace e speranza.
Questi sentimenti contrastanti si traducono in canzoni di medio-lunga e lunga durata strutturalmente dilatate, ariose e varie. Dalle suggestioni doom  si passa mutevolmente ad acri sfuriate death, black melodico, heavy e thrash. Scorre fluida una complessità prog talvolta vicina a quella dei Dream Theater e talvolta a quella settantiana, sonorità che contribuiscono a rendere i brani inafferrabili.Sfuggevoli ma gelide sono le tastiere mentre i passaggi acustici donano un'aura sognante e mistica.
Importantissimi per la creazione dell'"Oriental Extreme Metal" definito dagli Ahl Sina sono gli strumenti tradizionali. Il funambolico ed ipnotico nay - nonchè altri flauti orientali - e le scintillanti percussioni tribali esaltano, infatti, le  irresistibili suggestioni egizie. Figurano inoltre un paio di strumenti classici immersi nella cultura europea, ovvero il violino e la viola, autori di un sentore classicheggiante ed un gusto nordico a volte vicino agli Odrorir. Si potrebbe in un certo senso attribuire agli elementi tradizionali orientali ed occidentali la definizione di "schieramenti culturali" anche se occasionalmente danno l'idea di riappacificare i due mondi. Quest'ultima sensazione è risaltata da sporadici arrangiamenti caldi degli strumenti ad arco.
La prova canora di Moustafa è decisamente valida e passa tra una grande varietà di registri, dal più pulito al più sporco, da una grande dolcezza all'asprezza assoluta di un Udo Dirkschneider ancora più estremizzato.
In linea generale tutto "Troops Of Pain" presenta una grande coerenza compositiva al punto che  le nove tracce che lo compongono paiono quasi fare parte di un'unica suite di sessantacinque minuti. La produzione è curata, piena, ma asseconda perfettamente il suo lato grezzo ed "old-school". L'asperità sonora è presente maggiormente nell'ottimo "Miracle To Demise", il brano più breve del disco ed un potentissimo condensato di energia brutale e respiri arcani.
Diversamente, la title-track fa maggiore uso del comparto melodico sognante e di un'epicità molto più marcata. Anche la struttura relativamente semplice rispetto alle altre tracce - caratteristica che condivide con "Miracle To Demise" - enfatizza il senso leggendario, tuttavia siamo davanti ad una canzone tutt'altro che banale. Riuscitissimo è l'incontro tra melodie sofisticate, mood catchy e spunti strumentali notevoli.
Notevoli sono gli eleborati dialoghi tra le magmatiche chitarre a forte densità prog, doom e batteria scintillante di "Knowledge Of Pain", così come il romanticismo disperato che l'avvolge.
Particolarmente sorprendenti anche le schitarrate quasi alternative rock ed i sfavillanti virtuosismi acustici di "No Boundaries - The Fall of Utopia", capaci di donare al pezzo un piglio giovane ed antico allo stesso tempo.
Se però c'è da indicare l'apice del full-lenght impossibile non indicare "Enlightenment Discarded". Le linee vocali sono estremamente convincenti, soprattutto quando Moustafa si lancia in un profondo e trascinante clean, tuttavia il pezzo colpisce con prove strumentali estremamente coraggiose. Oltre agli originali tocchi di batteria coinvolgono soprattutto i passaggi chitarristici, dotati di una luminosità dissonante. Momenti epici da urlo completano infine il quadro.
Se ci devono essere degli aspetti meno convincenti,  le prime due tracce paiono un filino sottotono in quanto ad ispirazione, ciononostante risultano dei pezzi decisamente godibili. 
 
Con "Troops Of Pain" gli Ahl Sina ci offrono un lavoro sostanzioso, complesso e per questo non di facile assimilazione. Idealmente vicini agli Orphaned Land ma soprattutto agli egiziani Odious e Sand Aura, la band di Troll sembra possedere un'originalità ed un talento compositivo promettente. La voce di Mustafa, gli strumenti a fiato, le percussioni e gli strumenti ad arco potrebbero essere definiti il polo d'attrazione del disco, esaltati però grazie ad una solida base. Consigliati a chi è affascinato dal mondo egizio ed al folk metal in generale.
 
Elisa "SoulMysteries" Tonini
 
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