Recensione: Trust No One

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La tradizione non consiste nel conservare le ceneri ma nel mantenere viva una fiamma.

(Jean Jaurès)

Dove sta la fiamma nei DeviDriver? Dove risiede la capacità di innovazione che porta ad una ricerca costante senza fermarsi sugli allori del passato? Senza giri parole possiamo confermare come i primi album della band guidata da Dez Fafara erano alquanto entusiasmanti, una serie di buone uscite che hanno portato ad una fatale doppietta racchiusa in “The Last Kind Words” e “Pray for Villans”; due album che ad oggi rimangono lo zenit compositivo dei nostri. La parentesi che si è aperta successivamente attraverso il mediocre “Beast”, lo standardizzato “Winter Kills” non smette la sua corsa maledetta verso l’immobilismo stilistico, che ahimè per noi conduce dritta dritta all’interno di questo nuovo, settimo album, denominato “Trust No One”. Andiamo con ordine, partiamo dalla superficie anche se forse è meglio non iniziare a puntare il dito verso un cover artwork discutibile, uno dei peggiori degli ultimi anni; non partiamo col piede sbagliato e andiamo oltre premettendo di raccontare in maniera veloce ed indolore la genesi di questo mancato gioiello.

Dopo lo “straordinario” ultimo “Winter Kills” la band andò in un momento di stasi a causa della fuoriuscita di tre membri nel giro di pochissimo tempo, solo nel 2014 John Boecklin e Jeff Kendrick, co-fondatori del gruppo, abbandonarono e il futuro segnato, ma con la forza d’animo e lo spirito di un ventenne Dez prese il toro per le corna facendo risorgere la propria creatura. Dall’ultima release del gruppo abbiamo in mezzo quella discutibile uscita discografica targata Coal Chamber ed un sentiero fatto di centinaia di concerti live sul globo da parte degli statunitensi. Potremmo quindi vedere ipoteticamente “Trust No One” come un punto zero per la cavalcata dei nostri verso il futuro? In parte si, solamente in parte purtroppo poiché le coordinate stilistiche su cui poggia questo album sono praticamente identiche alle ultime creazioni, il trademark è inconfutabilmente di marca DevilDriver e la sostanza non cambia di una virgola. Accomodiamoci gentilmente al passaggio successivo.

Piccola premessa pre-nocciolo recensione: il sottoscritto ha sempre avuto un debole per questa band, comprando fisicamente ogni singolo disco sino a quella informe creatura denominata “Beast”. Col tempo, razionalmente la netta sensazione che qualcosa di questa band avesse il retrogusto di plastica era nell’aere: tutto questo verrà riassunto nelle righe successive e non sarà molto gentile.

Quale necessità abbiamo di avere un nuovo album targato DevilDriver che è uguale, se non peggiore rispetto al passato? Dato per assunto che oggi, come oramai anche le pietre sanno, incidere un album è solamente uno pretesto per poter tornare in tour e calcare i palcoscenici di mezzo mondo, facendo credere che si è migliorati, aggiungendo brani in scaletta e nel mentre illudere i fans. Nel 70% dei casi è così, guai a chi mi smentisce perché sarebbe sintomo di poca conoscenza del mercato moderno. Gli albums non si creano più, nella maggior parte dei casi, per il gusto di proporre un’evoluzione, ma piuttosto per la sola necessità di tornare a fare soldi attraverso i promoter sui palchi. Questo nuovo “Trust No One” è il manifesto di tale abominio contemporaneo che flagella il mercato discografico. Gli spunti alla base dei DeviDriver moderni non sono affatto male, anzi, prendono le nuove tendenze del metal giovanile, quello iper-incazzato, quello che cerca di tramutare paglia in fuoco greco, quel metal che cerca di offrire violenza sonora senza risparmiarsi in gentilezze. “Show no mercy” è il concetto alla base del tutto, ma a conti fatti che ci rimane in tasca? Una dozzina di canzoni, poco meno di un'ora di violenza sonora, che non iniettano quel veleno che dovrebbero lasciar circolare nelle vene a questo o quell’ascoltatore dopo una mitragliata così massiccia di cambi tempo, ritornelli grooveggianti, blast beat al fulmicotone e un growl arcigno e controllato come mai prima d’ora. Alla fine di questo nuovo platter v’è solo vuoto, un eco assolutorie riecheggia nella mente del malcapitato prima che passi ad un ennesimo album, finendo nel dimenticatoio, con lo stesso retrogusto della pasta scotta cucinata in Tajikistan. Potrei citare canzone per canzone lungo la tracklist in modalità random che la storia sarebbe sempre la medesima, brani quali l’iniziale “Testimony of Truth”, “Bad Deeds”, il singolo “Daybreak” sino alla penultima “Retribution” offrono una tempistica ed una varietà compositiva pari a zero. Vogliamo essere pignoli e rincarare la dose? Alcuni estratti contemplano al loro interno palesi riferimenti al metalcore tanto in voga negli ultimi anni negli States; vedasi il mid-tempo “My Night Sky”, “Above it All” sino alla terrificante “Feeling Ungodly” diventano in pochi istanti alcuni dei brani peggiori mai scritti nella carriera dei nostri. Come a volter appoggiarsi ad una moda, sentendosi parte del gruppo, poichè col passato queste sonorità non sono distanti anni luce, ma hanno una caratura discreamente inferiore. Certamente alcune aperture a nuove sonorità e melodie differenti dal passato sono presenti qua e la lungo la tracklist, ascoltare la “Titletrack” (migliore brano del lotto) e la conclusiva “For What it’s Worth” quale esempio lampante di una piccola ventata di luce in fondo al tunnel. Ovviamente l’ingresso di nuovi membri in seno al gruppo ha offerto la possibilità di esplorare certi lati oscuri, ma se il cuore compositivo rimane in mano ad elementi mediocri il risultato porta ad una sola conclusione: senza futuro. 

Una produzione pompata, corposa e moderna offre un ottimo impatto a livello sonoro di ogni singolo brano che certamente figurerà meglio in sede live rispetto ad un ascolto in cuffia, che senza ombra di dubbio, porta ad un calo d’attenzione nel giro di pochi ascolti. Non è una presa di posizione la mia, è una considerazione basata sul passato del gruppo, su quello che è il mercato attuale e quello che ad oggi per non finire nel dimenticatoio, ha necessità il popolo. Facciamoci una domanda: tra due tre anni quando i nostri torneranno con un nuovo allettante disco, continuerete ad ascoltare “Trust No One” oppure sarà già negli scaffali a prendere polvere? Ne avevamo bisogno? Credo, senza puntare il dito verso nessuno, che il pubblico oggi abbia voglia e necessità di qualcosa di più rispetto a futili canzonette adornate ad hoc per un pubblico di teenagers in piena fase acne. 

C’è sempre una richiesta elevata di mediocrità fresca. In ogni generazione il gusto meno coltivato ha l’appetito più grande.

(Paul Gauguin)

 
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