Recensione: Tzimbar Tantze

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Saranno le montagne. Sarà la prossimità geografica ai popoli di origine celtica. O forse, molto più semplicemente, il genere si inserisce bene nel contesto musico-culturale del Nord Italia. Fatto sta che all’ombra delle Alpi continuano a emergere svariati gruppi che fanno del folk metal la propria ragione d’essere, incoraggiati anche dall’affermarsi di conterranei nel panorama italiano e straniero. Dopo Elvenking, Folkstone e Furor Gallico, dalla fervida fucina nordica emergono i vicentini Balt Hüttar.
Dalla nascita del gruppo nel 2011, prima di dare alle stampe il demo che abbiamo tra le mani, questi ragazzi si sono fortificati musicalmente con un’intensa attività dal vivo, temprandosi sia di fronte al pubblico dei metallari, sia a quello degli appassionati del folk di stampo irlandese. Una palestra inevitabile ma, sicuramente, indispensabile; quale miglior modo di confrontarsi con il pubblico per migliorare la coesione artistica tra i membri e rifinire lo stile di una band?

Alla base di questo progetto musicale c’è la volontà da parte del gruppo di recuperare e promuovere la cultura cimbra dell’altopiano dei Sette Comuni. Oltre ad attingere a questo humus culturale per quanto riguarda le tematiche e i testi, il quintetto si propone di raggiungere l’obiettivo anche tramite l’utilizzo concreto dell’antico idioma germanico nelle parti vocali. Non stupiamoci, quindi, se nelle tre tracce cantate che formano questo disco di debutto si alternano lingue diverse: oltre al già citato cimbro, infatti, troviamo l’inglese e l’italiano.

Andando ad analizzare in maniera più approfondita questo EP, non si può che rimanere piacevolmente impressionati dalla presentazione dello stesso: pur essendo un demo autoprodotto, abbiamo tra le mani una confezione davvero ben realizzata e curata; certo, non si giudica il libro dalla copertina né il CD dalla custodia, ma è anche da segnali come questi che si capisce il grado di dedizione che gli artisti riservano ai propri progetti. L’aspetto visivo è, pertanto, ampiamente promosso, ma come siamo messi con la sostanza? Alla gradevolezza grafica si accompagna un altrettanto efficace piacevolezza musicale?

Per definizione, un demo è un prodotto grezzo, un abbozzo di quello che sarà o vorrebbe essere, un prodotto che i musicisti realizzano per far conoscere il proprio progetto artistico al di fuori della cerchia ristretta di amici e spettatori occasionali. Con solo quattro tracce a disposizione, è difficile farsi un’opinione netta del valore di una band; in questo caso, però, bastano i pochi brani che formano la “Danza cimbra” per catturare l’attenzione dell’ascoltatore. Duole sottolineare come la varietà compositiva che fornisce l’ossatura principale dell’album sia, a conti fatti, un’arma a doppio taglio. Evitare di appiattirsi su schemi troppo abusati è, a mio avviso, un ottimo modus operandi; nello specifico, complice anche la brevità del disco, si rimane lievemente frastornati dalla disomogeneità di quanto esce dalle casse del nostro stereo. L’alternanza di lingue e il pluristilismo utilizzato per comporre i brani cercano evidentemente di fornire un catalogo quanto più esaustivo possibile delle capacità del quintetto, ma sarebbero di certo risultati più efficaci in un album più lungo. D’altro canto, non si può che sottolineare che i quattro pezzi sono ben suonati, divertenti e intriganti. Anche la qualità complessiva delle registrazioni è buona e permette all’ascoltatore di godere di un’esperienza fluida e piena.

Si, ma…allora? Per quanti si stessero domandando quale sia la conclusione di questa disamina, è presto detto: Tzimbar Tantze è un’opera prima più che discreta, un biglietto da visita notevole per un gruppo da tenere sott’occhio. Se i nostri riuscissero a conservare lo spirito di questo demo in un disco di più ampio respiro, avrebbero di certo le carte in regola per affermarsi insieme alla realtà più consolidate del panorama folk italiano. Perché dubitarne? Noi, li aspetteremo al valico con un boccale schiumoso in mano.

Damiano “kewlar” Fiamin

 
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