Recensione: Ultu Ulla

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«Alien deathcore»

Così definiscono la propria musica i nuovi alfieri della Bay Area che rispondono al nome di Rings Of Saturn. “Ultu Ulla”«tempo immemore», nell'antica scrittura cuneiforme sumera – è il quarto capitolo di un concept a matrice extraterrestre, che prosegue la narrazione delle gesta della popolazione aliena già trattate nel precedente full-length “Lugal Ki En” (2014). Popolazione le cui entità, minacciose, si ergono al centro del disegno di copertina, pronte a divorare la realtà conosciuta...

Difficile parlare di deathcore quando la componente tecnica è così manifestamente elevata. Meglio riferirsi al djent, allora, che del deathcore medesimo mantiene intatte le principali caratteristiche stilistiche quali per esempio i pesantissimi breakdown o il growling delle linee vocali, tanto per elencarne due, alzando a livelli da capogiro la perizia esecutiva.

Come la luce trafigge il pulviscolo cosmico di cui sono composti gli anelli di Saturno, generando le mirabili figure che affascinano il genere umano e gli scienziati da centinaia d'anni, i Rings Of Saturn spolverano una caleidoscopica miriade di note sul rigo musicale, riproducendole poi mirabilmente con i loro luccicanti strumenti. Cascate di accordi, dissonanze, intarsi melodici, in “Ultu Ulla” c'è tutto ma proprio tutto quello che possa affascinare indelebilmente qualsiasi appassionato di musica.

Il formidabile genio di Lucas Mann è roba rara, di questi tempi, e non a caso nel fantasmagorico disco si trovano intermezzi di chitarra acustica al sapore di flamenco ('Unhallowed') accanto a mostruose, poderose, terrificanti mazzate sulla schiena dalla violenza inusitata come 'Immemorial Essence'. Capolavoro djent capace di mostrare che anche un genere teoricamente ostico come quello trattato può rivelare paesaggi meravigliosi, scenari da fiaba, sogni dai colori sgargianti, fluorescenti allucinazioni visive. Sogni di arcobaleno, sostenuti da strutture metalliche dalla resistenza infinita, in grado di sorreggere anche il Cielo.

Se la tecnica è ai massimi livelli umanamente concepibili nell'ambito del metal estremo, ciò che non può che lasciare sconcertati è la clamorosa facilità di scrittura delle varie song. Facilità non letterale, beninteso. Più o meno, sono tutti arzigogoli di accordi e riff irriproducibili se non da chi li ha creati. La magia dei Rings Of Saturn è tuttavia così semplice da essere quasi... invisibile, ed è proprio qui il segreto, l'arcano. Basta ascoltare, sempre per esempio, 'The Relic', per comprendere che ciò che a priori può apparire astruso, in realtà si accorda in maniera naturale con il vibrare quantico degli elettroni che compongono la massa cerebrale.

Una sezione ritmica come quella composta dallo stesso Mann al basso e da Aaron Stechauner alla batteria in condizioni normali stenderebbe chiunque, per quanto arcigna, ostica, indigeribile, non-lineare ('Harvest'). Eppure, anche per tale aspetto, essa si lega... misteriosamente ai movimenti, tutti, del corpo umano, allineandosi a essi, formando un tutt'uno che, alla fine, rende i Rings Of Saturn parte integrante del corpo umano stesso. Una elegiaca danza fra molecole organiche e onde sonore.

Questo non si può spiegare con le equazioni matematiche o con la teoria gravitazionale: è la magia di quel qualcosa in più, e tanto, che Rings Of Saturn hanno nelle loro corde, nella loro anima, nel loro cuore e nella loro mente. “Ultu Ulla”, dal suono unico, distinguibile da mille altri, intraducibile ma perfettamente comprensibile, non copiabile dal nessuno, è la nuova frontiera del metal.

Djent, deathcore, alien deathcore, non importa.

Metal.

Daniele “dani66” D'Adamo

 

 
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