Recensione: Umbra

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La ramificazione del metal non conosce confini. Anche la Bulgaria, tradizionalmente povera di band di livello internazionale, può finalmente proporre, nel campo del metallo oltranzista, una formazione di tutto rispetto, capace di stringere un accordo discografico con la nota label spagnola Art Gates Records.

Formazione che risponde al nome di Hyperborea, quintetto nato nel 1997 e autore di tre full-length di cui l'ultimo in ordine di tempo è questo, il neonato "Umbra".

Un po' di curiosità, e non poteva essere altrimenti, solletica la mente per un qualcosa che non è di tutti i giorni. Un qualcosa che, dopo l'immancabile intro ambient/strumentale 'Jung's Forewarning', mostra subito il suo lato esposto al sole, o meglio all'ombra. Sin da subito si può quindi apprezzare il furibondo drumming di Antonis Trochopoulos, assai abile nel districarsi in tutti i ritmi tipici del death metal, compresa l'allucinante precisione nello sfondare la barriera dei blast-beats. Ma non è solo lui a mostrare una tecnica di tutto rispetto: si può dire con certezza che tutti i membri della band siano più che professionali nell'approccio ai rispettivi strumenti.

Compresa l'ugola di Dancho Ivanov, molto classica nell'impostazione, sì da seguire la strada di un tono potente, robusto, stentoreo; lontano dalle classiche esagerazioni che rispondono al nome, per esempio, di growling e inhale. Linee vocali fiere, perfette per un sound che si rifà in tutto e per tutto a una forma ortodossa del death; del tipo, cioè, di quello suonato a inizi degli anni '90. Non si tratta assolutamente di old school ma di una foggia musicale classica, somigliante, giusto per fare un esempio, a quella dei Vader, vero punto di riferimento in materia. Chiaramente i Nostri vanno per la loro strada per cui il parallelismo con i polacchi si ferma qui.

Anche perché l'elemento che più caratterizza il combo di Sofia è il lavoro delle chitarre, davvero unico, encomiabile nel suo spirito di abnegazione e nella sua attitudine a sgobbare sodo. Yordan Kanchev e Andrey Andronov propongono una quantità di riff enorme ma non solo. Dissonanze, assoli, e il rifferama nel suo insieme, identificano un buon talento compositivo a livello delle sei corde. Sul quale si regge in toto un sound aggressivo, tagliente, preciso, secco. Molto pulito e lineare, lo stile del quintetto bulgaro non è di quelli che fanno voce enciclopedica, purtuttavia contiene in se stesso qualcosa che lo rende piuttosto riconoscibile; se non altro irreprensibilmente adulto e maturo, invariabile, come mood, a seconda delle canzoni del disco.

A proposito di canzoni, esse rappresentano un insieme interessante nel quale, pur restando inalterate le caratteristiche di base del sound, c'è una certa varietà d'intenti. Accanto a song violentissime come la devastante 'Silent Stream', nondimeno, si possono trovare episodi come 'Supermacists', il cui mid-tempo e blast-beats coesistono con ottima scelta di accostamento, mostrando che gli Hyperborea, quando vogliono, sono assolutamente in grado di perforare le membrane timpaniche con riff più cadenzati.

Encomiabile, pure, il tentativo di dare un timbro oscuro all'intero lavoro con inserti tetri e oscuri ('Unwelcome'). Proprio quest'ultima traccia mostra degli embrioni di melodia che, a parere di chi scrive, aiuta a discernere con più precisione ogni singolo episodio. L'ultimo dei quali, la suite 'Atavistic Fear', mostra - anche - una certa dimestichezza con un songwriting che, a monte, non è distante da quello degli act più blasonati.

Curiosità soddisfatta, alla fine: gli Hyperborea, globalmente parlando, non hanno niente da invidiare a nessuno. "Umbra", difatti, è un'opera che fa la sua bella figura nella marea nera di gruppi dediti al metallo della morte. Niente male, insomma, niente male...

Daniele "dani66" D'Adamo

 

 
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