Recensione: Unbound

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Senza Restrizioni. Due parole apparentemente così semplici che lasciano presagire una folle cavalcata a briglie sciolte nel black metal finnico più violento. Unbound segna il ritorno dei Sargeist dopo i quattro anni trascorsi dal precedente album, il tutto con una lineup profondamente rimaneggiata e che vede il songwriter principale e leader del gruppo Shatraug essere affiancato dal chitarrista VJS, già con Nightbringer e ADAESTUO, dalla sezione ritmica composta da Abysmal e Gruft – rispettivamente al basso e alla batteria e di grande spessore nel metal estremo di matrice finnica, per concludere con il vocalist Profundus, che probabilmente molti conosceranno come batterista, reinventatosi però al microfono dei Desolate Shrine. Non ci sarebbe stato titolo più azzeccato e neppure periodo più ricco di ispirazione e di input completamente nuovi per mettere a ferro e fuoco altri tre quarti d’ora di metallo nero, pesante e maligno. I Sargeist hanno dalla loro la compattezza di un sound molto personale e che ha saputo reinventarsi album dopo album, altro punto che crea una grande aspettativa verso il nuovo lavoro e per la nuova formazione, la quale ha già provato di sapersi muovere bene in sede live.

 

L’album comincia nel modo che ci saremmo aspettati, ovvero con la furiosa Psychosis Incarnate, una classica cavalcata a base di blast beat con Profundus che detta i tempi e ci trascina oltre le barriere dell’oscurità, dove ritmiche blasfeme e nere come la pece ci avvolgono nel loro gelido abbraccio di morte. To Wander The Night’s Eternal Path non si discosta di molto, ma aggiunge un sentore di epico, un malinconico e costante lamento che lacera le corde vocali del nuovo frontman, a suo agio a tenere banco sotto a un cielo senza nemmeno una stella a illuminare il cammino. È invece The Bosom Of Wisdom And Madness che irrompe nel nostro sistema uditivo, in quello nervoso e in quello puramente emotivo. Sembra un brano scritto nel periodo d’oro della cosiddetta seconda wave of black metal e lo dico in senso positivo, elogiando un brano che profuma di quel malessere interiore di artisti tormentati e dediti alla causa del Signore Oscuro, non per moda, ma per vocazione. Ci sono passaggi rallentati, ancora una volta a loro modo epici e si respira a pieni polmoni il vuoto nel cuore. Bellissima. Si ritorna su binari prevalentemente più veloci con la successiva Death’s Empath, molto diretta e capace di colpire con freddezza sulle corde giuste, grazie ad un ottimo lavoro dell’ensemble, il quale si dimostra efficace sia in termini di violenza che a livello compositivo. La quinta traccia si intitola Hunting Eyes e rappresenta forse l’episodio più ambizioso dell’intero disco. Stiamo parlando di un incedere marziale, rassegnato come gli ultimi passi verso il patibolo, un alternarsi elaborato che mette ancora una volta in luce l’abilità tecnica della band e della sua nuova natura (badate bene di non aspettarvi i Dream Theater, che sia chiaro), quella che rispecchia al meglio ciò che i Sargeist sono oggi.

 

C’è tanta violenza anche con Her Mouth Is An Open Grave e del resto cosa vi sareste aspettati da una canzone con un titolo simile e che introduce parti corali ed un cantato ancora più ultraterreno? La title-track – Unbound – mostra un altro lato del combo finlandese, dove non si disdegna un brevissimo occhiolino ad una punta di melodia e orecchiabilità in più. Questo non vuol dire che troverete la sua arroganza musicale come colonna sonora di qualche reality show marchiato MTV, ma perlomeno abbiamo ulteriore prova di non trovarci di fronte a un lavoro scritto con il paraocchi. Più tradizionale eppure ancora parecchio differente rispetto a quanto abbiamo ascoltato fino ad ora, Blessing Of The Fire-Bearer aumenta il tiro, alternando blast beat a sezioni più ritmate, sempre con le urla di Profundus a farla da padrone e integrarsi alla perfezione con il tappeto strumentale sotto di esso. Provate ad ascoltarvi Wake Of The Compassionate e restare impassibili. Se non vi si è staccato il collo, mettete bene le cuffie e spostate il potenziometro del volume da un timido 2 a 9. Se un demone potesse scegliere la colonna sonora ideale con la quale solcare i cieli, sarebbe questa canzone. L’album si conclude con Grail Of The Pilgrim, una veloce discesa che alterna ancora una volta un più comune scream a veri e propri strazianti lamenti e diverse variazioni che rendono l’intero disco variegato seppur sempre dipinto con il colore che si conviene ad un lavoro di questo genere.

 

Ancora una volta i Sargeist hanno saputo reinventarsi e sfornare un lavoro di grande spessore. Il quasi totale rinnovamento della formazione ha giocato a favore di Shatraug, ma allo stesso modo avrebbe potuto snaturare il sound di una band divenuta ormai sinonimo di garanzia. Anno 2018 e abbiamo un lavoro fresco, ispirato e che riesce dal primo all’ultimo minuto a offrire quel sapore che si respirava almeno 20/25 anni fa, quando il black metal non era certo così saturo di band e nickname di qualsiasi tipo. In questo caso i finnici tengono alta la bandiera nera come non sentivo da tempo e riescono a omaggiare i fasti primordiali dei precursori senza disdegnare un briciolo di melodia, aspetto che rende Unbound una delle uscite più interessanti degli ultimi dodici mesi. Non fatevelo scappare.

 

Brani chiave: Psychosis Incarnate / The Bosom Of Wisdom And Madness / Hunting Eyes

 
80