Recensione: Uncover the Truth [Reissue]

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Uncover the Truth, disco degli americani Resurrect the Machine, viene ristampato dall’italianissima Minotauro Records in questa metà del 2017. Uscito originariamente nel 2014 sotto l’egida della High Impact Recordings,  nella sua veste tricolore si accompagna a un booklet di otto pagine, comprensivo di tutti i testi e con due facciate riempite da varie foto della band.

Il combo, residente a Los Angeles, si compone di una line-up formata da Dean Ortega alla voce, Andre Makina alla chitarra, Joey Cotero alla batteria e Kurt Barabas al basso.

Nove i pezzi ricompresi all’interno di Uncover the Truth per poco più di mezzora d’ascolto. Approccio “classico”, quindi, quello dei californiani che non si inventano brani su brani per riempire tutto lo spazio a disposizione di un Cd.

La loro proposta si traduce in un heavy metal di stampo marcatamente Usa che non si fa mancare rimandi alla Grande lezione europea, con l’Inghilterra in prima fila, vedasi alla voce Judas Priest. Una sfida al vecchio continente lanciata da parte dei losangelini a colpi di riff, peculiarità che si rivelerà croce e delizia di Uncover the Truth. Per inquadrare la proposta dei ‘Machine un nome su tutti: Metal Church, anche se i Nostri di hamburger con Cola devono ingozzarne ancora parecchi per lambire la magia del combo di Kurdt Vanderhoof e David Wayne [R.i.p.] quantomeno per quanto afferente i primi, fantastici, album.

L’ugola di Dean Ortega, un surrogato di quella di Ozzy, seppur dalla timbrica particolare, non aiuta quando c’è da tirare oltremodo, pagando dazio nei confronti delle sirene per antonomasia del genere.      

Se infatti in “Rush” e “Kaos” l’impatto risulta frontale, brani come “Meet your Maker” e “Cannibal” si “perdono” in una continua ricerca dell’ultima schitarrata in velocità e dello sfoggio della tecnica, perdendo un po’ per strada quella che è la caratteristica tipica dell’heavy metal nella sua accezione più ortodossa: la “botta”.   

Sia però ben chiaro, Uncover the Truth è tutt’altro che un brutto disco, solamente sarebbe risultato molto più ficcante se i Resurrect the Machine avessero puntato all’effetto-canzone e non all’effetto sfoggio-di-tecnica/ricerca-spasmodica-dell’ultimo-arrangiamento davvero in troppe occasioni.  

Alla prossima.

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti            

 

 
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