Recensione: Unified

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Due anni fa “Only To Rise”, il primo album che, per iniziativa del boss della Frontiers Music, Serafino Perugino, vedeva il chitarrista George Lynch (Dokken, Lynch Mob) affiancarsi al cantante Michael Sweet (Stryper), entusiasmò i fans del metal ottantiano, fornendo un riuscito compendio di hard’n’heavy travolgente (sebbene spesso carico di melodia), al di sopra della media dei prodotti di supergruppi e progetti di tale fatta..
Due anni dopo, la coppia di musicisti statunitensi prova a fare il bis, abbinando, ancora una volta, il proprio stellare talento a quello assolutamente rimarchevole di James Lomenzo (ex White Lion) alle quattro corde del basso e Brian Tichy (Whitesnake, The Dead Daisies) dietro le pelli.
Anche questa volta il risultato, concretizzatosi nel nuovo disco “Unified”, è  di tutto rispetto, e valorizza l’esperienza di quattro assi del rock duro, per il godimento di tutti gli appassionati della musica di cui sono maestri. Va detto, però, che il prodotto non sembra, stavolta, raggiungere del tutto la brillantezza senza discussioni dell’esordio. Non tutti i brani, infatti, al contrario di quanto avveniva nel precedente platter  (in cui non si registrava la presenza di alcun riempitivo), appaiono del tutto a fuoco. Inoltre, alcuni sconfinamenti in ambiti diversi dal consueto non appaiono del tutto centrati sul piano della composizione e dello sviluppo delle canzoni.

Il disco si apre, ad esempio, con Promised Land, dai riffoni trafiggenti e dal ritmo arrembante su cui si staglia con fiera sicurezza la voce tipica di Sweet. Un inizio travolgente, ma con uno stile nella melodia che ricorda curiosamente - anche se alla lontana - più gli Iron Maiden che il class metal.
Walk è, poi, un rock arrembante dai cori epici e dai frequenti cambi di atmosfere con sprazzi caratterizzati da arpeggi di chitarra elettrica che, nel complesso, vuole forse somigliare ed omaggiare i Queen (siamo alle prese di una sorta di Queen meets Stryper, per capirci) ma che risultano abbastanza confuso stilisticamente.
Afterlife è, su un piano completamente diverso, un brano torvo e cupo con qualche raro spiraglio armonico, certamente di ottima fattura e probabilmente di gradimento per i metal fans più giovani, ma lontano da più solari atmosfere hard rock d’altri tempi che ci aspettiamo.
Unified, poi, è una semiballata elettrica che, pur intarsiata dai lick ed assoli chitarristi di gran pregio, dà l’impressione di non  decollare del tutto, al pari di Live To Die (traccia  interessante, non troppo veloce, incentrata su arpeggi i chitarra e basso scorticati e desertici e su un gradevole gioco di botta e risposta tra voce e coro).

Detto prima di ciò che non ci ha convinto del tutto in “Unified”, ecco che Heart Of Fire, di contro, ci porta sui sentieri di un hard rock melodico grintoso come quello degli ultimi, eccellenti Stryper. E così fa Make Your Mark, arrembate class rock che finalmente batte i territori di un suono come piace a noi, grazie ai suoi guizzanti riff di chitarra ed un impetuoso incalzare delle parti vocali.
Find Your Way è, ancora, un hard rock cupo e graffiante sulla scia un po’ degli ultimi Europe, a loro volta votati alla riscoperta del miglior classic-rock.

Tra tanto heavy rock aggressivo come si conviene, non mancano canzoni più meditative. E’ il caso di Tried & True, ballata elettrica con assolone della sei-corde di serie A verso la fine, devota agli anni Ottanta del secolo scorso e dal coinvolgente e solenne chorus.
Ancora, Bridge Of Broken Lies è un altro elettrico slow intenso e maestoso, interpretato da Michael Sweet con trasporto e sentimento e ingioiellata da assoli di eccellente fattura di Lynch.
Better Man, poi, è ancora una semiballad cadenzata, elettrica e soulful che forse non raggiunge l'intensità cui aspira ma che comunque emoziona quanto basta.

Unified, in buona sostanza, è un disco di heavy rock suonato e cantato con grinta e maestria da parte di quattro musicisti mai domi ed in gran forma. Rispetto ad “Only To Rise”, offre a tratti un metal più aggressivo ed oscuro che non ti aspetti a discapito, a volte, delle melodie che erano più in prima linea nel precedente. Talora, infatti, lo stesso Sweet sembra rinunciare ai suoi angelici canti per uno stile più graffiante e meno limpido.
In ogni caso, un lavoro di alto livello cui chi ama questi musicisti non vorrà e non potrà rinunciare, e che contiene spunti ed atmosfere che potrebbero attirare anche gli ammiratori di un heavy moderno ed up-to-date.

Francesco Maraglino


 

 
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