Recensione: Universal

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Si è fatta attendere la nuova fatica dei Borkanagar. Previsto inizialmente per maggio 2009, "Universal" è progressivamente slittato di mese in mese, fino a vedere, finalmente, la luce nel febbraio del 2010. Naturalmente la domanda che sorge spontanea è se l'attesa sia valsa la pena.

Per alcuni dei fan del gruppo sicuramente si, anche solo per poter risentire dietro al microfono, anche solo per pochi momenti, ICS Vortex, a detta di molti il miglior vocalist che la band abbia avuto finora. La sua partecipazione è, però, solo sull'ultimo brano; meglio, quindi, andare un attimo con ordine.
Stilisticamente "Universal" si piazza idealmente a metà strada tra l'ultimo "Origin" (da cui prende le parti melodice e maggiormente acustiche) e il distico composto da "Empiricism" ed "Epic" (a cui ci si rifà per i passaggi più aggressivi, tecnici e progressive). Sulla carta un album così descritto, frutto di musicisti della caratura di quelli qui coinvolti, aspirerebbe automaticamente a un posto tra i capolavori, presto destinato a trasformarsi in un classico.
Non sempre è oro quel che luccica, però.
L'inizio sembra promettere molto bene. "Havoc" è un brano che riporta subito alla mente i migliori Borknagar. La fusione tra chitarre acustiche e distorte, black metal e sound anni '70, voce pulita e scream, sinfonie epiche e partiture prog, colpisce nel segno. L'ascoltatore è subito coinvolto e quasi istantaneamente si convince che anche questo sarà un gran disco, che Brun, Vintersorg e soci non hanno sbagliato neanche stavolta.
Col proseguo delle tracce, però, l'attenzione e l'esaltazione cala. Le canzoni sembrano perdere un po' la presa e l'interesse va leggermente scemando.
Di chi la colpa?
Forse di un songwriting che sembra non essere del tutto ispirato, con soluzioni che suonano come "già sentite" negli album di cui si faceva menzione poco sopra. Forse, ancor più, delle aspettative che si nutrivano su questo disco. Il fatto è che "Universal" non stupisce come i suoi predecessori, non racconta nulla di nuovo o innovativo, semplicemente "sembra" un disco normale. Ci son gruppi che dopo aver azzeccato una formula l'hanno riciclata e riproposta per l'intera carriera, i Borknagar, invece, han sempre sperimentato, modificato, evoluto la propria proposta musicale da un cd al successivo. Lascia quindi perplessi e un po' delusi la scelta, per una volta, di riproporre un sound già rodato e funzionante.
Ma si può parlare, date queste basi, di un album mediocre?
Purtroppo, in questo caso, si rientra nelle opinioni personali e nel giudizio soggettivo. Tutto dipende dal punto di vista. Se confrontato alla carriera della band, all'attitudine a reinventarsi costantemente dei musicisti, e agli ultimi platter sfornati da Brun, Vintersorg e soci, è quasi implicito l'accorgersi che si tratta di uno stop nella loro ricerca musicale. Un facile compito composto da idee già sviluppate, qui semplicemente riarrangiate in maniera differente. Uscendo dalla logica di un'analisi cronologica e dimenticandosi i nomi dietro alle note, non si può negare che si tratti di un disco estremamente sopra alla media, assolutamente inarrivabile per tantissimi gruppi che pure si cimentano in un genere, come l'avantgarde, che fa della sperimentazione il proprio cavallo di battaglia.
Impossibile, quindi, nonostante tutti i possibili discorsi sulla prospettiva e sul modo di porsi di questo album all'interno della discografia dei Borknagar, non rimanere estasiati ascoltando le digressioni delle tastiere su "The Stir of Seasons" e "Fleshflower" o l'ennesima prova magistrale dietro al microfono di Vintersorg su "For a Thousand Years to Come" o, ancora, i chiari riferimenti al prog psichedelico anni '70 su "Worldwide" o, per finire, il ritorno di ICS Vortex su "My Domain" che non può non fa pensare immediatamente: "cosa potrebbe sfornare questa band se tornasse in pianta stabile nel gruppo?".

Giunti alla fine di questa lunga digressione su "Universal" e, implicitamente, su Borknagar e su cosa siano oggi, si affaccia, dunque, una domanda. La stessa che aveva aperto e dato inizio a questa recensione.
Ne è valsa la pena?
La risposta non può che essere soggettiva, più che mai con un disco come questo. Un disco la cui classe è cristallina e innegabile, d'altronde come potrebbe essere altrimenti con musicisti di questo calibro? Ma un disco che risulta, al contempo, anche piuttosto ruffiano e che dà ai fan dei Borknagar esattamente quanto si aspettano, dimenticando l'attitudine che, finora, aveva sempre portato la band a sorprendere il proprio pubblico. Un disco, quindi, con diverse luci e ombre che non sono, però, legate al songwriting, quanto piuttosto all'atteggiamento del gruppo e a quanta voglia c'è ancora in questi musicisti di provare a fare qualcosa di nuovo.

Tracklist:
01 Havoc
02 Reason
03 A Stir of Seasons
04 For a Thousand Years to Come
05 Abrasion Tide
06 Fleshflower
07 Worldwide
08 My Domain
09 Coalition of the Elements (bonus track)
10 Loci (bonus track)

Alex "Engash-Krul" Calvi

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