Recensione: Universal Chaos

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Giunti al secondo capitolo discografico, il quintetto norvegese con radici nel cuore pulsante di Kristiansand e Oslo, è definitivamente pronto per aprire il proprio cuore compositivo e offrirci tre quarti d’ora di progressive dal sapore tradizionale, fatto di pezzi che non sfondano la porta a calci, ma piuttosto si fanno accogliere con interesse accrescendo una curiosità che aumenta pezzo dopo pezzo. La vena delicata dei Rendezvous Point si apre a noi con l’introduttiva Apollo e prosegue il discorso attraverso un filo logico coerente con se stesso lungo l’intero sviluppo dell’album. Universal Chaos è pronto a sorprendere, richiamando un costante eco con band progressive rock del passato, ma anche psychedelic e addirittura toccando corde che faranno la gioia dei fan dei Muse che gravitano su questo portale (ascoltate per esempio The Takedown).  

 

Strumentalmente ordinato e a tratti fin troppo abbottonato, il caos universale viene letteralmente spiazzato da un impeccabile susseguirsi di tracce che sanno come accarezzare un animo tormentato e che vaga alla ricerca dell’infinito, nel buio eterno privo di gravità. Una sorta di battaglia sensoriale, dove i nostri sensi vengono spiazzati dall’assenza di ogni riferimento, dove la bella title-track riesce - al pari di Pressure – a mettere insieme una buona dose di melodia in un contenitore musicale pulito e lontano anni luce dall’aprire i propri cancelli a muri di chitarre o a partiture dispari e votate alla più profonda autocelebrazione. L’ascolto prosegue senza necessariamente esigere un’attenzione sopra alla norma e i Rendezvous Point sembrano proprio essere l’ennesimo combo del roster Long Branch Records in grado di coniugare una buona dose atmosferica all’interno di un disco che viene percepito e compreso meglio man mano che lo si ascolta.

 

La verità è che però Universal Chaos stenta a decollare, a prescindere che si tratti di un’analisi track-by-track o di un puro discorso di ascolti ripetuti. Manca qualcosa e non mi riferisco soltanto al fatto che sembra tutto troppo ovattato (non a livello di produzione, ottima, anche se mette un po’ in secondo piano le chitarre). Il songwriting non è ispirato a tal punto da essere in grado di inanellare più di una manciata di canzoni meritevoli di essere riascoltate, ma non voglio in nessun modo decapitare l’album. Ecco che allora continuo a dargli altre chances, ma le cose non cambiano, anzi, mi trovo spesso a domandarmi il perché di alcune scelte, di alcuni break quando invece sarebbero state preferibili delle aperture – anche se melodicamente scontate – ed invece un brano giunge al termine, l’altro resta eccessivamente impersonale e nel frattempo Universal Chaos giunge un’altra volta alla fine.  

 

Un cd progressive che sonoricamente sembra restare sospeso a mezz’aria, quasi indeciso sul suo percorso, dove la leggerezza della parte strumentale trascina un mood troppo legato a se stesso, appesantito man mano che i minuti passano e nonostante si percepisca un potenziale tutt’altro che trascurabile, resta l’amaro in bocca per un lavoro complessivamente aggrappato ad una sufficienza che sarebbe invece potuta essere molto di più. Non c’è chaos in Universal Chaos, ma un viaggio senza meta che sembra restare ancorato al proprio punto di partenza. Un peccato per quest’occasione inverosimilmente incatenata alla propria mancanza di luce, come nel buio profondo dell’universo. I mesi a venire non faranno altro che sbiadire le ambizioni di questo cd, ma avvicinarci al prossimo appuntamento con una band che son sicuro saprà correggere la mira e tirar fuori qualcosa di interessante.

 
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