Recensione: Unparalleled Universe

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Settimo capitolo in studio per gli statunitensi Origin, progetto attivo dal 1997 ed ormai diventato tra i punti di riferimento principale del death metal più tecnico e brutale. 

Si possono contare sulle dita di una mano i progetti capaci di raggiungere così alti livelli, tanto che gli Origin hanno il merito di essere annoverati tra quelli. Un sound che si avvicina al concetto di brutal, decisamente dinamico e che si mescola con svariate influenze, tra cui annoverare certamente il jazz

Full-length istrionico per approccio, in grado di andare oltre le definizioni, ma non forse totalmente in grado di far breccia nell’ascoltatore. Cerchiamo di spiegarci meglio: al di là di un livello tecnico altissimo, di cambi di tempo a profusione e lapilli di pura genialità strumentale, non riusciamo a sentire nulla. Parliamo di quell’odore di morte e passione necessari a fare quel passo in più da far percepire l’album come memorabile. Già, perché tutti gli ingredienti ci sono, ma a volte si ha l’impressione si faccia quel passo di troppo, a livello di virtuosismo e arzigogolo del pentagramma, così da non lasciar scorerre via l’emotività degli artisti. 

Un flusso continuo che ci investe, senza alcun punto di riferimento, “Unparalleled Universe”è sicuramente conferma per una realtà che, in questo episodio, non ha però saputo spingersi più il là, come dicevamo poc’anzi. Crediamo che questo sia uno dei lavori più dinamici della band, slegato da un vero e proprio filo conduttore, capace di sommergerci di brutalità con chirurgica violenza. 

Competenza al centro dell’attenzione, pezzi che via via si susseguono rapidamente e fantasiosamente seppellendoci letteralmente. Poco spazio per melodie o ambientazioni, così da lasciarci in parte a bocca asciutta a livello di atmosfere. Un vago senso di irrequietezza e ansia da prestazione pervade la nostra mente all’ascolto di di un full-length la cui sostanza e qualità però non vogliamo mettere in dubbio.

Stefano “Thiess” Santamaria

 
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