Recensione: Unsung Prophets & Dead Messiahs

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Avevo lasciato gli Orphaned Land, cinque anni fa, a godersi il meritato successo del più che buono “All is One”, un album che mi aveva colpito, dopo la complessità di “Neverending Way of the ORwarriOR”, per il suo ricorso a melodie più immediate e strutture relativamente (prendete il termine con le molle, mi raccomando) semplici, seppur pesantemente stratificate grazie ai numerosi sedimenti etnici. Li ritrovo ora, a più di un quarto di secolo dalla loro formazione e dopo una bella intervista, con un lavoro in cui ritrovo, sapientemente mescolate, le caratteristiche di entrambi gli album anzidetti. “Unsung Prophets & Dead Messiahs”, infatti, riprende il discorso esattamente da dove l’aveva lasciato al termine di “All is One”, ma mentre là il messaggio portante dei nostri era essenzialmente di speranza, con una certa insistenza sul tema della fratellanza e dell’unione dei popoli da contrapporre al continuo e insensato dolore causato dalle divisioni e dalle rivalità - siano esse politiche, religiose o quant'altro - qui i cinque israeliani (orfani di Yossi Sassi, sostituito ufficialmente dal giovane Idan Amsalem) tornano a ringhiare, gridando la loro delusione per il continuo lavaggio del cervello perpetrato dai detentori del potere alle masse, riproponendo a modo loro il mito della caverna di Platone con un concept riguardante il tentativo – risultato fin troppo spesso vano – di alcuni individui di liberare l’umanità dalle catene dell’ignoranza da cui essa stessa, spesso per semplice pigrizia, si è lasciata avviluppare, permettendo a governi e religioni di dominarla attraverso una confortevole schiavitù. Questo, diciamo così, pessimismo di fondo si ripercuote anche sull’aspetto prettamente musicale dei nostri: il primo e più facilmente riscontrabile cambiamento riguarda il ritorno della voce growl come contrappunto a quella pulita di Kobi, ma è comunque impossibile non notare anche un più generale ispessimento del suono in questo “Unsung Prophets & Dead Messiahs” rispetto al suo immediato predecessore che, seppur non riesca a riportare i nostri ai fasti del capolavoro “Mabool” (a mio modestissimo avviso apice compositivo del gruppo), è comunque un bel sentire.

Mi rendo perfettamente conto che con un album di questo calibro la trattazione track-by-track rischia di rivoltarmisi contro, svilendo la descrizione di un lavoro che vive essenzialmente di emozioni e atmosfere (modellate sapientemente grazie a una continua stratificazione di livelli sonori diversi), ma siccome ad alcuni il semplice termine "gioiellino" potrebbe non bastare, vediamo di darci dentro. Dopo una partenza soffice, “The Cave” alza i giri del motore per consegnarci un’opener meno arrembante di quelle cui i nostri israeliani ci hanno abituato nell’immediato passato, ma che nei suoi otto minuti abbondanti non si fa mancare nulla, avvolgendo l’ascoltatore tra le sue spire ammalianti fatte di melodie epiche e maestose, calde pennellate chitarristiche e cori possenti, aggiungendo al suo incedere articolato quel pizzico di adrenalina che non guasta mai e che contribuisce a renderla comunque la prima bomba dell'album. I cori svolgono una parte importante nell’economia del brano (e di tutto l’album, vi anticipo già), ma non diventano mai troppo preminenti, limitandosi a sottolineare un passaggio o a duettare con Kobi. Ci si mantiene su ritmi robusti con “We do Not Resist”, che dopo una strofa furiosa si carica di malinconica maestosità durante il ponte e il ritornello; l’improvvisa interruzione delle ostilità poco prima del finale consente agli strumenti etnici di appropriarsi della scena e di traghettarci con calma alla più melodica “In Propaganda”, in cui archi voluttuosi si aprono la strada a forza impregnando l’intera traccia con il loro incedere possente, sostenendo il resto del gruppo sia quando è la malinconia a dettare le regole sia quando i ritmi si impennano durante il ritornello. La successiva e leggiadra “All Knowing Eye” pare concedersi maggiormente a certo pop – rock dalle movenze ipnotiche, dilatato e crepuscolare, in cui l’assolo centrale, tanto semplice quanto sentito, apre ad un finale altrettanto carico di pathos che a sua volta introduce “Yedidi”, breve traccia dall’intenso profumo folk mediorientale a cui i nostri ci hanno da tempo abituato.
Le melodie avvolgenti da mille e una notte aprono anche la successiva “Chains fall to Gravity”, altro gioiellino dell’album, in cui l’atmosfera fiabesca e quasi onirica che si respira (complice anche la presenza di Steve Hackett) si carica di calma elettricità, sviluppandosi poi con classe fino al crescendo giustamente trionfale che si interrompe di colpo per lasciar spazio agli immancabili archi per il finale. “Like Orpheus”, da cui è stato tratto il primo video dell’album, rialza la guardia di colpo sviluppando una maggiore tensione nervosa, che esplode poi durante il ritornello in cui fa la sua comparsa Hansi Kürsch, un altro degli ospiti dell'album. Nonostante il suo incedere più immediato e relativamente arrembante, però, si avverte durante l’ascolto del pezzo la mancanza di qualcosa, di un ulteriore passaggio necessario a una perfetta fusione delle sue due nature – quella mediorientale e quella più europea – che ne avrebbe a mio avviso portato a compimento la piena maturazione e ne avrebbe fatto l’ennesimo classico, mentre invece così ci dobbiamo accontentare solo di una bella canzone che si piazza, nonostante tutto, un passo indietro rispetto alle top tracks. L’atmosferica “Poets of Prophetic Messianism” aleggia placidamente nell’aria, guidando l’ascoltatore con calma leggerezza alla nuova sferzata di “Left Behind”, in cui la tensione caricata durante la strofa si libera in un ritornello che posso definire solo come spettacolare. Nella successiva “My Brother’s Keeper”, invece, la struttura di cui sopra si sviluppa in modo più fluido, graduale, e mantenendosi per buona parte della sua durata sotto il pelo dell’acqua anziché deflagrare come in “Left…”, contribuendo così a tenere alto il livello di allarme del brano nonostante le improvvise schegge di melodia che lo punteggiano. Un riff nervoso e marziale introduce “Take my Hand”, sulla cui insistente avanzata si innestano poi le melodie desertiche e il cantato sinuoso di Kobi che prendono pian piano il sopravvento. Le melodie ammalianti che, dopo l’assolo, si impossessano della parte centrale del brano si fanno sempre più avvolgenti, mentre qua e là spuntano addirittura profumi riconducibili a “Mabool” che, però, in un attimo spariscono nell’amalgama lussureggiante dei nostri. Siamo alle battute finale, e con “Only the Dead have Seen the End of War” i nostri israeliani decidono di tornare a picchiare, coadiuvati dall’ugola d’oro di “Tompa” Lindberg che strepita alla sua maniera, tra un fraseggio mediorientale e un riff sinuoso. Anche qui, però, come già accaduto per “Like Orpheus”, devo ammettere che il risultato finale mi ha lasciato un po’ così: la traccia è interessante, ma a conti fatti non l’ho apprezzata appieno, trovandola un po’ troppo abbozzata, forse per una prestazione vocale non sufficientemente amalgamata col comparto strumentale. Chiude l’album “The Manifest – Epilogue”, che con le sue melodie distese e le ritmiche blande trasmette quell’aura di serenità, seppur screziata di timore, che i fan del gruppo conoscono fin troppo bene.

Che dire, dunque, che non sia già stato detto di questo “Unsung Prophets & Dead Messiahs”? Beh, innanzitutto che al netto di un risultato di questo calibro valeva la pena aspettare tutto questo tempo: i cinque israeliani hanno ancora una volta azzeccato quasi tutto (copertina a parte, ma questa è un'altra storia...), proponendo un album variegato ma al tempo stesso omogeneo, capace di esplorare un ampio spettro musicale senza perdere di vista le proprie radici e, soprattutto, di affascinare fin da subito ma anche di mostrare ad ogni ascolto successivo nuovi strati, nuovi dettagli, nuovi profumi; un album accessibile ma articolato, che non si adagia sugli allori giustamente conquistati nel passato, ma li utilizza come base per raggiungere nuove vette e diffondere, come sempre, un messaggio universale.
Certo, io continuo a preferire “Mabool”, ma il secondo gradino del podio a questo gioiellino non lo leva nessuno.

 
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