Recensione: Unterm Gipfelthron

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Al primo coro sono andato a risentirmi "Ok nefnar tysvar ty" dei Falkenbach, non ho resistito. Ammetto che non sia esattamente un complimento, ma così è stato. Ma pensandoci, dire che un disco riporta alla mente un capolavoro del viking, in un'epoca in cui vi è un proliferare di band viking e post black con poco o nulla da dire, è un bel riconoscimento. Non tanto di originalità, quanto di bravura e di passione.

E questo è proprio il caso di "Unterm Gipfelthron", terza prova della one-man-band austriaca Rauhnåcht. Un album uscito poco più di un mese fa, in effetti, ma la cui recensione, sebbene in ritardo, non potrebbe uscire in data migliore, poiché le Rauhnächte (tipo 'notti di fumo') cadono in questo periodo. A seconda delle varie regioni, il loro numero varia da 3 a 12 e cadono tutte tra il Natale e l'Epifania. E la principale è l'ultima, che cade il 5 gennaio, giorno dopo il quale "le forze dell'inverno si ritirano" (qui il link alla Wikipedia tedesca).

Diciamolo subito, il secondo capitolo discografico non mi aveva particolarmente impressionato e in effetti il miglioramento del progetto, a livello tanto di ispirazione quanto di composizione, lascia sorpresi. Merito del curioso innesto del clarinetto, suonato peraltro dall'italiano Vittorio Sabelli? Sicuramente si tratta di un elemento che impreziosisce il tutto, e basta sentire le note folkeggianti sulla opener "Zwischen den Jahre" per rendersene conto.

Ma "Unterm Gipfelthron" è anche molto altro.

Va detto che la sopra menzionata opener è pressoché un brano a sé stante, molto più folk e meno epico degli altri quattro. Eppure assolve splendidamente al suo ruolo di apripista, con un ritmo incalzante che ti getta in mezzo a una folla di krampus. Con la successiva title-track le cose cambiano e le atmosfere si fanno davvero "alla Falkenbach", con ritmi lenti e cori maestosi di rara bellezza. E questo è lo spirito del disco, si tratti della strumentale semiacustica "Gebirgsbachreise" o della sognante "Ein Raunen aus Vergess'ner Zeit", forse il pezzo più bello e colorato del lotto.

Poco da dire, un album estremamente riuscito per sonorità suggestive, lunghezza 'giusta' (appena 41 minuti) e qualità compositiva. Un album che lascia piacevolmente sorpresi se confrontato ai predecessori e lascia ben sperare per il futuro della band. Certo, non stiamo parlando di un progetto che scompaginerà gli equilibri del viking o del post black, ma che reca con sé l'auspicio di altre buone prove.

 
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