Recensione: Untouchable Failure

Di Alessandro Calvi - 4 Luglio 2013 - 9:30
Untouchable Failure
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Anno: 2013
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75

A quattro anni da “Unspoken”, i siciliani Resonance Room danno alle stampe il proprio secondo album: “Untouchable Failure”. Un disco che, a discapito di un titolo che avrebbe potuto essere profeta di sventure, si rivela una di quelle uscite capaci di risultare graditissime sia al pubblico che ai critici più esigenti.

In realtà questo CD potrebbe anche essere considerato come la quarta uscita firmata dal gruppo, in quanto prima dell’esordio aveva già realizzato due promo sotto il monicker Fragment. Non fossilizziamoci, però, sui dettagli e concentriamoci piuttosto su questo “Untouchable Failure”.
Il genere proposto dai Resonance Room è difficile da inquadrare, in particolare a causa delle tante influenze della loro musica e per i veri e propri salti da un genere all’altro che contraddistingue il loro sound. Dalla stessa casa discografica son stati descritti come progressive gothic metal, in realtà una simile definizione è al contempo limitativa e fuorviante della proposta dei siciliani. Certo, il gothic è presente (ed è anche una bella fetta), così come il progressive, ma nelle canzoni dei Resonance Room trovano spazio anche il rock psichedelico, qualche sperimentazione elettronica, il doom, il dark e perfino qualche digressione romantica (quasi in odore dei cugini d’oltralpe).
In tutto questo coarcervo di stili diversi sarebbe, dunque, lecito chiedersi se le song si riducono a semplici e cacofonici puzzle composti con pezzi diversi che mal di amalgano tra loro. Fin dalle prime note di “The Great Insomnia” tutti i possibili dubbi in merito vengono spazzati via. Il gruppo, infatti, riesce nel difficile compito di mettere insieme tutte queste influenze tirandone fuori non solo un prodotto unico, solido e convincente, ma anche dando al tutto la propria impronta e creando un sound immediatamente riconoscibile, personale ed originale.
Nulla da eccepire, quindi, ai Resonance Room; anzi, non si può che spendere parole di elogio per ciò che questi ragazzi son stati capaci di creare e comporre. Semmai, se una critica deve essere mossa ad ogni costo, alcune tracce sembrano essere quasi fin troppo piene di roba. Come se i musicisti abbiano faticato per riuscire a trovar posto per tutte le loro idee in ciascun singolo brano e questo abbia reso quasi troppo pieno ogni pezzo. Ovviamente si tratta di una critica solo in parte, un po’ come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto (anche se in questo specifico caso sarebbe meglio più calzante un: “traboccante o troppo pieno”). Ciò che è un difetto per uno è un pregio per qualcun altro.
Di certo tutto questo fa sì che “Untouchable Failure” sia un disco tutt’altro che semplice ed easy listening e che necessiti ben più di un paio di distratti ascolti per essere compreso e apprezzato appieno. D’altra parte qualche idea in meno non avrebbe, probabilmente, minato sensibilmente la qualità di questo album (che rimane comunque altissima), ma avrebbe permesso ai Resonance Room di risparmiarsi un po’ e non ci avrebbe condannato a dover, come temiamo, attendere altri 4 o 5 anni per un loro nuovo CD.

Per concludere i Resonance Room, con il loro secondo disco, si confermano una band da tenere attentamente d’occhio. Un album come questo è un biglietto da visita di prima categoria, capace di convincere, lo ripetiamo, sia i fan che i critici più esigenti. Il gruppo siciliano dimostra che quando si hanno le capacità e le idee non è impossibile, ancora oggi, realizzare un prodotto di alta qualità, che sia anche originale e personale. Speriamo solo che le vendite li ricompensino adeguatamente per lo sforzo fatto, a discapito, magari, dei tanti cloni di cui ormai è saturo il mercato.

Alex “Engash-Krul” Calvi

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