Recensione: Use Your Illusion I

Di Daniele Balestrieri - 15 Febbraio 2004 - 0:00
Use Your Illusion I
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Anno: 1991
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92

Eccoci finalmente al cospetto dei mostri. Capirete anche voi, non è facile recensire un album del genere, probabilmente significa imbarcarsi in uno dei viaggi più pericolosi di sempre. Perché? Il perché è presto detto: i Guns ‘n Roses sono stati sulla bocca di tutti, almeno una volta. E purtroppo il popolo dell’Hard-Rock e del Metal si è sempre diviso ferocemente, tra gli acerrimi sostenitori e i denigratori più assoluti. Mediare tra queste due fazioni è tutt’altro che facile, la gente si è sempre scannata parlando dei G’nR e continuerà a farlo, sempre e comunque. Sono stati scritti fiumi di parole su questa band dalla storia turbinosa, legata alle forti personalità di Slash, di Axl, di Izzy, i quali hanno fatto parlare di sé su ogni rotocalco, su ogni fanzine, in ogni sito, in ogni pub, in ogni liceo. Eppure è indubbio il fatto che abbiano creato una pagina ricca di storia della musica, ed è indubbio che continuano a essere ascoltati e giudicati anche ora. Ma non parliamo troppo della band, perché verrebbe un papiro insormontabile, cerchiamo di concentrarci su questo Use Your Illusion I, che insieme al suo fratello II ha bruciato letteralmente la generazione di adolescenti degli anni 90 (nella quale ero immerso anche io) e ha segnato la vita di molte persone, molte delle quali sono state introdotte al rock e al metal proprio grazie a questi due album di fama davvero mondiale.

Use Your Illusion I esce in un impreparato 1991, nel periodo in cui i rapporti tra Axl, Izzy e Slash erano già incrinati, e l’album riflette decisamente le ambizioni separate di ognuno dei componenti. In particolare, Axl era proprio la persona che più sembrava distaccarsi dalle origini dell’Hard Rock e dal lavoro che aveva consacrato la band al grande pubblico, Appetite for Destruction. Axl aveva altre idee in mente, aveva una personalità decisamente più estroversa, e voleva dedicarsi a un Hard Rock decisamente di scuola più aperta, un’idea, tra le tante, che in particolare a Slash non è mai andata giù. Axl aveva sogni da Queen, da Aerosmith, e la sua influenza sulla band ha fatto sì che determinate canzoni andassero in un certo verso, mentre altre andassero nel verso opposto. Sta di fatto che questo scontro di grandissime personalità ha riempito questo disco, e il successivo, di fulgide perle, ma anche di canzoni di intermezzo, di riempitivi, la cui memoria non andrà mai perduta nella storia della musica metallica. Su ogni singola canzone andrebbero spesi fiumi di parole, ogni singola canzone ha dietro un background storico, a volte palesemente montato, a volte misterioso. Non è davvero il fine di una recensione, per cui cercherò di rimanere umile e di analizzare questo lavoro controverso, spassionato e molto, molto ispirato. Probabilmente non esiste buon hard-rocker o metallaro che non abbia in testa hit catastrofiche come l’eterna November Rain, Don’t Cry o l’armoniosa Live and Let Die . Vagando per questo CD dall’impressionante durata di 76 minuti (il massimo della capienza di un CD) si percepisce il grande estro dei vari autori di tutte le canzoni. Pur non volendo analizzare fino alle ossa ogni singola traccia, è impossibile non menzionare alcune delle canzoni più controverse e interessanti di tutto il panorama G’nR e HR degli anni ’90 in genere. Quanto hanno martellato le televisioni con Don’t Cry, canzone lenta e malinconica, decisamente lamentosa, che è stata addirittura registrata due volte, una per ogni Use Your Illusion (e francamente, nonostante trasmettano sempre quella di UYI II, a me è sempre piaciuta di più questa, la prima versione, mentre la seconda è quasi in controtempo rispetto alla prima, che viaggia invece sulle note della musica). Don’t cry è stata la serenata dei teen-ager dell’epoca, un’ossessione francamente eccessiva per i miei parametri, che all’epoca la reputava troppo lamentosa per essere ascoltata in tutto l’album, e tuttora la considero tale. Parliamo allora della canzone che forse ha strappato più controversie di qualunque altra, la violenta, veloce Perfect Crime, un’apoteosi di adrenalina che è stata usata ripetutamente in diversi film americani dei primi anni novanta. Quasi un crimine non soffermarsi sulle due offensivissime Back off Bitch e You ain’t the first, entrambi veri e propri anatemi contro le donne orchestrati sapientemente dal un Axl Rose decisamente ribelle e misantropo, il quale semi-ubriaco non disdegna di riscuotere i consensi del pubblico maschile nell’abbandono superbo, saccente e presuntuoso di una donna.

Come non aprire un capitolo tutto a parte per l’epopea November Rain, canzone culto, forse la più conosciuta dei Guns, in cui tutta la loro passione (e in particolare quella di Axl) si snoda in un’epica, luminosissima opera, accoppiata a un video che ha fatto storia, tanto da ricevere una VHS tutta sua, un video coinvolgente, in cui matrimonio e morte si sposano gloriosamente in un appassire di rose, da rosse a bianche. Tutte le canzoni sono un (g)lamoroso trionfo di estro e creatività, in cui il passato hard rock dei tempi di appetite for destruction per un attimo cede il passo a pianoforti ritmici, sapienti, a orchestre di violini e chitarre elettriche, strumenti a fiato e percussioni, uno show lungo quasi una vita, che non può non lasciare il segno. Ottima l’accoppiata “The Garden“, canzone introspettiva, sul ritmo di un bellissimo hard rock melodico, sussurrato, che fa l’amore con gli strumenti musicali, in cui la voce di Axl, calda e melodiosa, non può non riportare a momenti quasi elthon-johneschi, finché non irrompe nella sua velocità smisurata “Garden of Eden”, probabilmente una delle canzoni con rapporto parole/tempo più alta della storia del rock. Ottima prova di un Axl perso nel giardino dell’eden, che blatera a non finire parole e parole e parole, sulle ali di testi minuziosamente ricercati, che porteranno all’intransigenza quasi intellettuale di Use Your Illusion II, anche lui non esente da prove goliardiche come Get in the Ring. Ottima a mio avviso la accoppiata finale di Dead Horse con la splendida Coma, probabilmente insieme a November Rain il punto di luce eterno del disco. Dead Horse è un’altra degna interpretazione dell’hard rock “stellare” interpretato da Axl, che con una metafora ben radicata nell’immaginario americano ci dimostra quanto lui consideri la vita un continuo frustare un cavallo morto, finché non cade nel Coma, una superba interpretazione, a tratti anche epica, di un uomo in coma che pensa se sia il caso di svegliarsi o meno. E le voci delle infermiere in sottofondo che tentano di rianimarlo, e il pulsare violento del suo cuore non fanno altro che immergere l’ascoltatore in una canzone che lascia davvero il segno, con un Axl Rose che al ritmo davvero superiore di chitarre originali, versatili, ci getta nel continuo variare delle emozioni e dei sentimenti.

Trovo che spiegare un album del genere sia davvero impossibile, vista la varietà, il ritmo e il fatto che contenga hit davvero da capogiro, che hanno fatto parlare così tanto il mondo che ogni parola in più sarebbe una parola superflua o ridondante. Inoltre, la maggior parte dei metallari di oggi (di una certa età) non è riuscito a scappare a questo CD e alla sua seconda parte, per cui già ognuno avrà un proprio parere e un proprio bagaglio culturale. Comprare oggi un CD di questo tipo, ascoltarlo oggi per la prima volta, è un altro discorso. Questo Use Your Illusion I è un CD che ha fatto la storia dell’hard rock moderno, nel bene o nel male, e deve far parte di un certo bagaglio. Consiglio a tutti, indiscriminatamente, di ascoltarlo, anche se purtroppo dopo 13 anni è discretamente decontestualizzato. Qui ci vuole un parere personale: a mio avviso, da ex-ex-ex fan dei G’nR, direi che non è all’altezza di Appetite, ma che mangia in testa a Lies e Spaghetti Incident, che non ho trovato di spessore paragonabile a questo. Nella mia vita di liceale (comprai questo CD e il suo successore nel 1992, in pieno liceo, in un periodo per me popolato da Iron Maiden, Metallica, Slayer, Skid Row, Poison e i primi barlumi di brutal sudamericano. Ho ascoltato questo CD e il seguente fino allo svenimento, canticchiavo “Coma”, “Locomotive”, “Get in the Ring” e “You ain’t the First” in ogni occasione, dal 1992 fino a oggi. È chiaro che adesso gli ascoltatori avranno probabilmente un occhio più cinico ma gente, al tempo la musica era questa, al tempo nel mainstream non si parlava d’altro. È un’opera difficilissima da giudicare, ma ha invariabilmente segnato la vita degli adolescenti degli anni ’90, e questo merito, nel bene o nel male, deve essergli riconosciuto. Un “calcio nelle palle” all’hard rock di vecchia generazione, un blend tra i sogni lucenti di Axl e la conservazione anni ’80 di Izzy e Slash, le due icone che in seguito litigheranno ferocemente col frontman. Un pezzo di storia, sicuramente, che mi ha lasciato una gran cicatrice nel cervello, e che per me, a livello di memoria, varrà sempre un 100, volendo lasciare da parte al momento il grandioso Appetite for Destruction. Tuttavia bisogna cercare di essere oggettivi, per la musica, per le hit clamorose associate a meri riempitivi, per gli ottimi testi. E come diceva l’ormai sbiadito adesivo sul jewel case del CD, “questo album contiene liriche a volte offensive. Se non vi va bene potete anche andare a farvi fottere e scegliere un CD dal reparto New Age”. Il voto finale lascia il tempo che trova, perché potete amarlo o odiarlo, non importa. Non potete ignorarlo.

TRACKLIST:

1.Right next door to hell
2.Dust-n-Bones
3.Live and Let Die
4.Dont Cry
5.Perfect Crime
6.You Aint the First
7.Bad Obsession
8.Back Off Bitch
9.Double Talkin’ Jive
10.November Rain
11.The Garden
12.Garden Of Eden
13.Dont Damn Me
14.Bad Apples
15.Dead Horse
16.Coma

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