Recensione: Utilitarian

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Facendo un 'mega' balzo indietro nel tempo, negli anni in cui il grindcore nacque a livello underground sul suolo britannico, si ha la possibilità d'immaginare quanto fosse estrema la mentalità di un gruppetto di ragazzi dediti alla musica extra-ordinaria. Fu dal semplice istinto di correre più di tutti, d'essere i più veloci esecutori sulla faccia della terra, che nacque, grazie anche alle ispirazioni dettate dall'hardcore e dal punk, il grindcore. Ma avendo a mente quella che era la qualità delle produzioni del tempo e lasciando perdere per un attimo l'importanza di questo movimento estremo, chi di noi avrebbe mai pensato che lo stesso potesse evolversi in maniera così slanciata nel corso degli anni a venire? Chi, venticinque anni orsono, avrebbe scommesso un solo centesimo di sterlina su quell'ammasso di suono stridente, devastante e urticante? Chi avrebbe mai pensato che tale sarebbe stato un punto di partenza per l'estremo death metal, brutal e affini o, ancora meglio, che il grindcore non sarebbe morto là, tra le centinaia di vari demo underground, ma sarebbe invecchiato alla grande come il miglior vino d'annata che possiate trovare sul mercato?

Ovviamente, non è stato così per tutte le band. Come sempre, c'è stato chi ha ricalcato le orme dei predecessori senza saper innovare minimamente il proprio sound, restando quindi insabbiato nell'anonimo e impersonale spazio confinato dai dischi privi di mordente. Altri hanno forse osato un po' troppo, restando tagliati fuori dal mercato sebbene autori di spunti nuovi ed interessanti, magari poi ripresi successivamente. Altri ancora hanno saputo 'stringere i denti' di fronte a un ambito commerciale incapace di garantire sostenibilità e una decente paga mensile, e nel contempo, però, hanno saputo innovare gli stilemi primigeni fatti di emotivon ed inarrestabile chaos compositivo. L'esordio dei Napalm Death, "Scum" del 1987 (ma pure il successivo "From Enslavement to Obliteration"), ne è forse l'esempio più lampante, simbolo di innovazione e di importanza evolutiva, che li ha situati accanto a nomi, e questo è oggettivo, quali, su tutti, i Carcass. Mentre però, di questi ultimi abbiamo perso tracce in termini di pubblicazioni discografiche, i Napalm Death hanno invece continuato, ottenendo nel tempo il riconoscimento di 'Maestri' del movimento artistico stesso. Dopo una prima fase, violenta, pura nell'essenza, origine del vero grindcore (scioccante, nuovo e inatteso), prese il via l'era evolutiva contaminata dal death metal ispirato dal compianto chitarrista Jesse Pintado. Questo modo di comporre la band se l'è in buona parte portato dietro fino ai giorni d'oggi, i giorni dei Napalm Death moderni. Napalm Death che hanno trovato un certo equilibrio compositivo coerente ed organico da "The Code Is Red... Long Live the Code" del 2005.

Anche dal punto di vista tematico, ogni uscita è stata arricchita di testi importanti nei contenuti, sempre più concettuali. Ha preso così il via questo pacchetto di concept album: il già citato "The Code Is Red... Long Live the Code", isterico autocontrollo del terrore di massa, "Smear Campaign" (2006), intrecciato ai concetti di religione, "Time Waits for No Slave" del 2009, straordinaria sintesi del destino dell'uomo comune e infine quest'ultimo album, "Utilitarian", concept incentrato sulle teorie del movimento filosofico utilitarista ovvero del movimento legato alla purezza etica, secondo cui le azioni buone generano la felicità dell'essere umano più sensibile. Un valore di certo sentito un po' da tutti, considerati sopratutto i tempi che corrono...

In questo disco troverete brani davvero straordinari. Il sound della band presenta elementi classici tanto cari alla mentalità delle idee che il quartetto di Birmingham ha iniziato a mettere in pratica con "Smear Campaign". Ecco quindi il classico riff moderno, non di rado tinto di thrash in pieno stile Sepultura. Il tutto è poi reso aggressivo dalla loro arte nel comporre grindcore. Di novità però ce ne sono anche altre, ovviamente. Novità che si presentano sotto forma di sperimentazioni sonore ossessive, schizofreniche, come sentiamo su Everyday Pox, urlo soffocato contro la degenerazione della Società, dietro il cui songwriting opera un certo John Zorn, storico e geniale polistrumentista in grado di vantare collaborazioni in ogni direzione musicale. Tali approcci così riusciti ed azzeccati rendono il brano unico nel suo genere e illuminato per genialità compositiva che, in rapporto ai tempi, potrebbe avere la stessa valenza 'artistica' della genialità e imprevedibilità contenuta in "Scum". Nulla di meno. Ma non è il solo brano a colpire per elementi inattesi. Ad esempio, Protection Racket è un concentrato di groove micidiale, caratterizzato da un riffing molto coinvolgente che lo rende assai fruibile e 'commerciale'. Quarantined, classico brano alla Napalm Death, presenta spunti armonici atipici e inediti se confrontati con le più recenti produzioni; per non parlare dei cori 'religiosi' presenti sulla successiva Fall on Their Swords. Il brano, trattante la compravendita delle armi, adotta squisiti stratagemmi compositivi fino ad ora mai proposti da Shane Embury e compagni e che ravvivano nuovamente, a livello di spunti, le ispirazioni dell'innovativo e 'maestoso' loro modus componendi. Orders of Magnitude è un brano che presenta tratti 'filo'voivodiani' mentre il pezzo di chiusura è genuino e in grado di riportar in vita quell'istinto che abbiamo riconosciuto ai primissimi Napalm Death, quelli entusiasti di sperimentare, di vivere il tape trading con il Nuovo Continente (zona Florida su tutte!) e generare cosi un nuovo movimento estremo, quello del death metal statunitense.
Il bello è che questa formazione si presenta ancora favolosamente entusiasta e ispirata a partire da "Barney" Greenway, sempre terrificante e cavernoso nel modo d'esprimersi al microfono. Come se non bastasse, anche la produzione, aperta e ariosa, è atta ad enfatizzare un suono 'garage' aggressivo e verace, efficace, distorto e dirompente.
Ancora una volta i Napalm Death salgono in cattedra, ancora una volta maestri indiscussi della vera musica estrema.

Nicola Furlan

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Tracce:
01. Circumspect - 02:17  
02. Errors in the Signals - 03:02  
03. Everyday Pox - 02:12   
04. Protection Racket - 04:00  
05. The Wolf I Feed - 02:57  
06. Quarantined - 02:47
07. Fall on Their Swords - 03:57   
08. Collision Course - 03:14  
09. Orders of Magnitude - 03:21  
10. Think Tank Trials - 02:27  
11. Blank Look About Face - 03:12  
12. Leper Colony - 03:23   
13. Nom de Guerre - 01:07   
14. Analysis Paralysis - 03:23   
15. Opposites Repellent - 01:22   
16. A Gag Reflex - 03:30

Durata: 46 minuti ca.

Formazione:
Shane Embury: Basso  
Mitch Harris: Chitarra, voce
Mark "Barney" Greenway: Voce
Danny Herrera: Batteria

 
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