Recensione: V2 - Vergelding: Dawn of the Planet of the Ashes

inserito da

A un anno di distanza da "V1 - Versus: It Will Burn Us Without Leaving Ash", tornano in pista i deathster olandesi The Monolith Deathcult con il loro settimo full-length in carriera, "V2 - Vergelding: Dawn of the Planet of the Ashes"; concept-album che riprende le tematiche di storia moderna che tanto affascinano la formazione capitanata da Robin Kok.

Come da tradizione di casa-The Monolith Deathcult, il sound sparato dal suo death metal è dotato di una potenza spaventosa, mostruosa, che solo poche altre band riescono ad equiparare. Preso atto che tale death, come da marchio di fabbrica, è miscelato all'industrial, non possono non citarsi i Fear Factory. Tenuto poi conto della proposta dei Nostri, i quali viaggiano a volte attorno ai confini del metal intransigente, un po' borderline, qualche venatura di Slipknot si può osservare con piacere, qua e là. Soprattutto quando il ritmo assume un andamento marziale semplificato, tipo marcia in quattro-quarti ('Dawn of the Planet of the Ashes', 'Fist of Stalin').

In tali frangenti, l'energia erogata dal motore che fa muovere i The Monolith Deathcult assume livelli di assoluta esagerazione. Esagerazione per pressione sonora, per decibel emessi, che non inficia nel modo più assoluto un'esecuzione tecnicamente ineccepibile. La precisione tecnica del combo di Kampen è, difatti, da prendere a esempio quale perfetta combinazione fra accuratezza e impetuosità.

Altra caratteristica che contraddistingue i tulipani è la grande visionarietà posseduta dalla loro musica ('The #Snowflake Anthem'). Cori, inserimenti ambient, elettronica, maestose orchestrazioni, sono elementi che instillano nella mente dell'ascoltatore paesaggi immaginari, glaciali, freddi, dominati da quello spirito militaresco che, fra gli altri, rappresenta un elemento di riconoscibilità dello stile posseduto da "V2 - Vergelding: Dawn of the Planet of the Ashes".

Stile assolutamente personale, riconoscibile con facilità in virtù della mescola di tanti piccoli dettagli, apparentemente slegati fra loro, ma che, messi assieme dalle sapienti mani dell'ensemble della Overijssel, si sommano per rendere il platter facilmente distinguibile nell'immensa mole di gruppi che frequentano il metal della follia.

Non potevano mancare le furibonde scudisciate dei blast-beats, ciliegina sulla torta per un suono davvero pazzesco, in grado di stendere tutto e tutti. Come peraltro dimostrato dalle due song-bonus di "V1 - Versus: It Will Burn Us Without Leaving Ash", 'Die Glocke' e 'The Furious Gods', riprese live in occasione del Graspop Metal Meeting 2017. Momenti in cui i The Monolith Deathcult mostrano i loro muscoli da bodybuilder, vomitando addosso all'audience una sterminata quantità di watt.

Come scritto in merito ai due live audio, in realtà "V2 - Vergelding: Dawn of the Planet of the Ashes" è composto da soli sei pezzi, quasi che i due live stesi siano un riempitivo per giungere a toccare i tre quarti d'ora di musica. Ed è questo il difetto principale (unico?) del disco, in ogni caso capace di scatenare sempre e comunque l'Inferno sulla Terra, come dimostra l'incredibile sfascio assoluto di 'Rise of the Dhu''l-Fakarì'. Traccia... impossibile, ove la velocità del ritmo sfora, buca la sostenibilità umana con una montagna di blast-beats, riff assassini, cori anthemici; montagna che, come d'incanto, crolla, tempestata da un sound terremotante, per seppellire sotto metri e metri di terra e rocce gli ascoltatori. Davvero una killer-song, condotta con veemenza dall'allucinata prestazione vocale di Kok, in cui i The Monolith Deathcult danno il massimo (forse), anche per quanto riguarda i già citati inserimenti di elettronica.

Alla fine la sensazione è chiara: i The Monolith Deathcult possono dare di più. E, se lo facessero, avrebbero ben pochi rivali per troneggiare nelle lande del metal oltranzista, quello più estremo possibile.

Daniele "dani66" D'Adamo

 

 

 
77