Recensione: Valley of Shadows

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Dalla contea di Antrim,  Irlanda del Nord, arrivano i Conjuring Fate, al debutto discografico a più di dieci anni dalla fondazione (se si eccettua un EP del 2014) con il loro “Valley of Shadows”. Devoti discepoli del Verbo della NWOBHM, i nostri non fanno mistero del loro incondizionato amore per gruppi come Saxon, Accept, Firewind e Iron Maiden, dispensando incessanti bordate metalliche per tutte le undici tracce (otto più tre bonus tracks arrivate direttamente dall’EP di cui sopra) che compongono l’oretta scarsa dell’album come se, per loro, il tempo si fosse fermato alla prima metà degli anni ’80. Dalle sirene di “Our Darkest Days” alla conclusiva e ritmatissima “Backwoods Witch”, infatti, non c’è un solo riff, una melodia o un arpeggio che non rimandi al periodo d’oro del metallo britannico, omaggiato in modo talmente appassionato da essere quasi fuori luogo e salvato in corner da un’attitudine genuinamente retrò e una bella carica propulsiva. Un album drittissimo, insomma, una vera e propria carrellata di cavalcate metalliche che pur pagando un pesantissimo fio in termini di originalità risulta accattivante per via del suo incedere intransigente e, a suo modo, sempreverde. A voler ben vedere (anzi, ascoltare) però, va detto che qualche influenza esterna ai ben noti diktat di genere ci sarebbe anche, disseminata qua e là, e forse è anche questo quasi impercettibile imbastardimento del suono che aiuta i Conjuring Fate a restare impressi nella mente all’ascoltatore, salvandoli così dall'anonimato e facendogli guadagnare qualche punticino in più in questa sede.

Come dicevo, l’album inizia con minacciose sirene militari, rumori di battaglia e un messaggio di sicurezza che incita la popolazione a chiudersi in casa. “Our Darkest Days” snocciola subito ritmiche quadrate e riff compatti, melodie semplici e un cantato evocativo per mettere l’ascoltatore a suo agio col suo profumo insistente di Vergine di Ferro: l’incedere inesorabile del pezzo si accentua durante la sezione strumentale, salvo poi salutare il ritorno della voce giusto in tempo per il finale. “The Marching Dead”, dopo una partenza stentorea, si distende come un classico mid-tempo trionfale da cantare tutti in coro scapocciando avanti e indietro, mentre con la successiva “Dr. Frankenstein”, introdotta da un riff bello tosto, il tasso di cafonaggine si impenna grazie a un ritornello trascinante e melodie che si stampano subito in testa. “Land of the Damned” continua con la serie di bordate old school che il gruppo dispensa senza dare segni di cedimento, sopperendo una personalità un po’ carente con tanta, tanta passione e qualche cambio di tempo e di atmosfera molto azzeccato.
Un arpeggio sentito e velatamente malinconico introduce “Chasing Shadows”: sarà arrivato il momento della ballatona? Assolutamente no, state tranquilli: tempo un minutino o poco più ed ecco che la traccia si movimenta, trasformandosi in una cavalcata anthemica pur senza abbandonare il suo mood quasi romantico. Con “A Primal Desire” i nostri sembrano incattivirsi puntando di più sul ritmo, ma con l’arrivo del ponte e del ritornello ecco che le melodie trionfali e catchy tornano a fare capolino riappropriandosi del pezzo, mentre nella successiva e più scandita “Trust No One” i nostri puntano su atmosfere leggermente più oscure ma senza allontanarsi più di tanto dai territori ben noti che, come si capisce, hanno dato l’imprinting agli irlandesi. Da certe sonorità non si scappa e “Apocalypse” sembra messa lì apposta per ricordarlo col ritorno al trionfalismo più caciarone, a melodie semplici e ritornelli da cantare in coro, il tutto condito da una prova chitarristica ancora una volta fortemente debitrice della scuola Maiden. I ritmi si innalzano ancora (anche se non di molto) per “House on Haunted Hill”, primo dei ripescaggi di cui si parlava prima: canzone divertente dalle ritmiche briose e linee vocali di facile presa, ma è con le ultime due tracce che i nostri sparano i loro fuochi d’artificio. L’attacco stradaiolo di “Mirror Mirror” gronda carica e adrenalina, che si mantengono sotto il pelo dell’acqua durante la strofa per esplodere nel ritornello con tutto l’entusiasmo che la voce di Tommy riesce a donargli. E poi dai, andiamo: è mai possibile che una canzone che si intitola “Mirror Mirror” possa essere brutta? Ecco, mi pareva. L’unico appunto che in tutta onestà mi sento di fare alla canzone riguarda l’assolo, a mio avviso non particolarmente efficace, comunque sono dettagli.
Chiude l’album la quadratissima “Backwoods Witch”, dall’appeal aggressivo e insistente, duro e puro quanto basta per far breccia nel cuore di ogni defender che si rispetti e impreziosita da una sezione solista classicissima ma, cionondimeno, assolutamente ficcante.

Valley of Shadows” è sicuramente un buon esordio, capace di farsi notare grazie al suo essere devotamente legato a sonorità che hanno ancora un nutritissimo stuolo di appassionati, specialmente sull’italico suolo. Certo, il rovescio della medaglia di un album di questo tipo è che si tratta di un album completamente e pervicacemente derivativo, in alcuni casi fin troppo debitore dei suoi gruppi guida, ma considerando che si tratta, per l’appunto, di un disco esordio, bisogna anche prendere atto che nella sua estrema linearità (in pratica quasi tutte le canzoni seguono lo stesso canovaccio) dimostra di avere le idee chiare su cosa vuole fare e su come arrivare dritto all’obiettivo (e credetemi, ci arriva!). Se siete dei fedeli adepti della NWOBHM e non potete stare più di un’ora senza sentire un brano di gente come Saxon e Iron Maiden sappiate che adorerete quest’album; tutti gli altri troveranno un album orecchiabile, immediato e senza troppe paranoie nonché, a tratti, anche carico di quell’energia che per buona parte degli anni ’80 ha reso la Gran Bretagna la nazione da battere in ambito, diciamo così, pesante.

 
70