Recensione: Van Halen

Di Abbadon - 25 Giugno 2003 - 0:00
Van Halen
Band: Van Halen
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Anno: 1978
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100

Ed eccomi qui un’altra volta a recensire uno dei gruppi che hanno reso immortale l’hard rock nel corso delle decadi, ovvero i Van Halen. Una leggenda vuole che Gene Simmons, una sera, entrando in un locale vide suonare una delle classiche band che girano i pub e i club per farsi pubblicità e cercare di emergere sulla concorrenza. Il bassista dei Kiss rimase impressionato dalla potenza del quartetto che suonava, e fece in modo di contattare la band per aiutarla a sfondare nel mondo del rock che contava. Sia questo fatto vero o falso, i Van Halen fecero la loro comparsa nei botteghini il 10 febbraio dell’anno di grazia 1978, con il loro omonimo album di  debutto. Il successo della band, che annoverava tra le sue fila i due Van Halen, Edward e Alex (chitarra e batteria), il talentuosissimo vocalist David Lee Roth e il bassista Michael Antony, fu immediato e oltre ogni previsione. “Van Halen”, sull’onda del successo che aveva all’epoca l’Hard Rock, e forte di una formula musicale assolutamente devastante, vendette tantissimo, guadagnandosi rapidamente disco d’oro, di platino e vari multi-platino, fino ad arrivare nel 1999 al disco di diamante, riconoscimento importante (per le 10 milioni di copie vendute). Certo, Eddie e gli altri furono fortunati ad essere subito entrati nel gigantesco mercato USA, che in quel periodo era splendente come non mai e che li aiutò a stare a lungo sulla cresta dell’onda (debutto al posto 19 delle chart e 169 settimane in classifica), al contrario di tante band che magari provenivano dall’Europa, ma il successo del disco e del gruppo è meritato non al 100%, di più. La miscela proposta da “Van Halen” è la seguente : purissimo Hard Rock, graffiante e assassino alle orecchie, molto più “Heavy” rispetto a quello che la maggior parte delle Rock Band che calcavano i palcoscenici di tutto il mondo alla fine degli anni ’70 offrivano. L’elemento trainante di tutta la produzione è sicuramente la chitarra di Edward Van Halen, che ben presto si imporrà prima come vero mostro sacro e poi come icona ed esempio da seguire per i patiti della 6 corde. Se gran parte del successo va dunque ricercato nella spaventosa tecnica chitarristica di Eddie, non si può non dare parte del dovuto merito anche agli altri  musicisti. David Lee Roth si dimostra subito un cantante come pochi ne giravano, carismatico, dalla ottima preparazione e, non ultimo, dalla voce bella, pulita e coinvolgente, ma non per l’uso di tonalità suadenti, bensì per la forza e la carica che essa trasmette agli ascoltatori, che rimangono invischiati nelle trame delle varie song. Eccellenti anche l’apporto dietro le pelli da parte di Alex Van Halen, che tiene alla perfezione i tempi e le ritmiche delle varie tracce, e del basso di un eccellente Michael Antony, sempre ben udibile e martellante sullo sfondo. “Van Halen” contiene 11 song, di lunghezza medio-bassa, contraddistinte in genere da uno stile molto aggressivo e affilato, e tutte davvero di fattura decisamente superiore alla media.
L’apertura di questo debupt album è affidata alla buona “Runnin’ With the Devil”, che si apre su un potente basso, per proseguire nel suo andamento di mid tempo decisamente catchy e imponente. La chitarra si sente bene ma non è al suo massimo, così come tutti gli strumenti in generale. Rimane tuttavia una ottima opener, dal buon refrain e dall’assolo sì tranquillo, ma che lascia presagire come girano le cose. Clamorosa invece “Eruption”, un vero e proprio trattato della maestria di Eddie Van Halen. Trattasi Eruption infatti di un assolo di chitarra di quasi 2 minuti, affilato come un rasoio, velocissimo e aggressivo al massimo nel suo rapido scorrere. Le dita corrono lungo le corde come impazzite per un risultato decisamente eccezionale. Impressionante la parte centrale, che lascia davvero di sasso l’ascoltatore che, se nuovo, tutto potrebbe aspettarti tranne che una cosa così. Lanciata da Erutpion entra in ballo come terza traccia “You Really got me”, altro mid tempo decisamente dinamico, dalle eccellenti backing vocals e una guitar che improvvisa sullo sfondo durante le strofe per poi scatenarsi nell’ennesima disarmante prova di potenza e aggressività. Per quarta ci si para di fronte la mia song preferita in assoluto di questo album, ovvero la grande “Ain’t Talkin’ ‘bout love”. Ogni volta che la ascolto è sempre la stessa solfa. Vengo ipnotizziato da quella intro tranquilla ma letale, per poi rimanere perso in mezzo ai grandiosi riff che caratterizzano il pezzo. Il refrain è splendido, il ritmo incalzante, Roth canta da Dio, supportato dalle backing vocals…. nel complesso un concentrato di pura energia  sotto forma di note musicali, e che volete di più?!. Non abbiamo nemmeno il tempo di riprendere fiato che subito ci troviamo invischiati nel velocissimo e pirotecnico inizio di “I’m the One”, rapidissima traccia, che fa della ritmo travolgente il suo cavallo di battaglia. Tecnica come sempre splendida dei quattro musicisti, che sorprendono quando propompono in un  inconfondibile e inaspettato “Ba ba ra shubu dua!”, che tronca per un attimo la canzone. Sembra quasi che i Van Halen vogliano far riposare un attimo l’ascoltatore per poi riprendere la folle corsa che porta a fine di un altra bellissima canzone. Decisamente più tranquilla la successiva “Jamie’s Cryin'”, mid tempo dotato di molta allegria e dove voce e batteria la fanno da padroni. Stupenda parte centrale per una song forse un attimo sotto le precedenti, ma che si difende lo stesso alla grande. Ennesima chitarra superlativa, sfregata in modo da essere molto stridente, come attacco di un altro pezzo da 90 della produzione, ovvero “Atomic Punk”. Dotata di grandi riffs e di buona velocità, Atomic Punk presenta anche un assolo breve ma di tutto rispetto, e nonostante la track stessa non eccella sulle altre in nessun singolo elemento, tutte le sue parti combinate insieme formano un tutt’uno di devastante impatto energetico. Più lenta ma altrettanto incalzante e coinvolgente è “Feel your love tonight”, dove le backing vocals supportano come forse mai nel disco un altrettanto valido Roth (il quale timbro vocale mi ricorda in alcuni frangenti della canzone quello di Paul Stanley), che viene validamente accompagnato dai suoi compagni non solo con la voce, ma anche con gli strumenti, come sempre del resto. E dopo Feel your love tonight arriva il turno della dolce “Little Dreamer”, canzone dalla ottima lirica, ben arrangiata, e che presenta, nonostante la chitarra sferzante nelle sue tonalità, non energia e rabbia, ma piuttosto pathos e dolcezza. Mancano le ultime due canzoni, ovvero “Ice Cream Man” e “On Fire”.
Forse susciterò l’ira e lo sconvolgimento di qualcuno, ma “Ice Cream Man” non mi piace tanto come song. Intendiamoci, è fatta ed eseguita bene, segue la formula delle precedenti tracks, ma nel suo complesso non mi entusiasma più di tanto. Decisamente più di mio gusto “On fire”, caratterizzata da un riff roccioso, che ricorda quello di “Ain’t talkin’..”, e che trascina una canzone simile a quella a quella appena nominata, anche se con diversi spunti. Spettacolari gli assoli e le urla di David Lee quando urla “FIREEEEEEE”, per l’ultima canzone di questo Cd, un Cd che vale tanto oro quanto pesa, e che vale due volte tanto se pensiamo che è quello del battesimo del fuoco per questa band, band che sarà destinata la lasciare la sua pesante impronta nel mondo dell’Hard Rock, i Van Halen.

Riccardo “Abbadon” Mezzera

Tracklist :
1) Runnin’ with the devil
2) Eruption
3) You really got me
4) Ain’t talkin’ ‘bout love
5) I’m the One
6) Jamie’s Cryin’
7) Atomic Punk
8) Feel your love Tonight
9) Little Dreamer
10) Ice Cream Man
11) On Fire

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