Recensione: Variation in Brightness

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Ottimo esordio per i Solar Flares, volenteroso gruppo bergamasco nato come tribute band degli Iron Maiden e che intende, come altri numi tutelari, nomi importanti come Dream Theater e Avantasia (quelli dei primi due album).
I fondatori, Gian Luca Albricci e Fausto Lego, hanno trovato subito la giusta intesa musicale, che ha portato alla nascita dei sei brani contenuti in Variation in Brightness, pubblicato lo scorso ottobre. Il titolo del full-length merita un commento: anzitutto si ricollega al moniker “luminoso” del combo; in seconda battuta, rivela per certi versi il lato ibrido della band, brava a variare il proprio sound tra heavy/power (la doppia cassa non manca) e progressive.


L’opener “The lying games” è un biglietto da visita encomiabile, ben rappresenta il sound ancipite del combo italiano. I primi due minuti scorrono tra power e heavy metal, con doppia cassa e riffoni; lo stacco con tastiera alla Nightiwsh e i successivi inserti di organo orientano la proposta musicale dei Solar Flares in direzione progressiva. Il risultato è un ibridismo eclettico che rafforza vicendevolmente le due polarità, attorno alle quali si muovono i bergamaschi. Il guitarwork in fase solistica è ragguardevole, senza eccessi di tecnicismo, il basso è pulsante, erede consapevole del maestro Steve Harris.

La suite “No more tears to cry” inizia compassata a intrisa di pathos, poi si rivela ricca di sorprese. Se fanno storcere il naso i cori mielosi nei primi minuti, convince la parte sincopata al quinto minuto, perfetto connubio di ritmiche metal e bizzarria progressive. La lunga parte strumentale che occupa la parte mediana della suite è un susseguirsi di virtuosismi ben bilanciati; la presenza dell’hammond richiama alla mente gl’intermezzi solenni degli Avantasia. Al min. 8:43 un brusco cambio d’atmosfera, subentra un pianoforte e linee di basso sinuose: il progressive rock domina sovrano per alcuni istanti. Ultimi tre minuti trascinanti, peccato ascoltare la riproposizione dei cori iniziali. Un brano, in definitiva, ambizioso e coraggioso, che poteva benissimo diventare una strumentale epica tout court.
I can’t bear it” inizia con Fausto Lego sugli scudi al pianoforte e al microfono: la sua voce non è impeccabile (soprattutto sui vibrati), però riesce a creare la necessaria empatia nell’ascoltatore. La ballad in definitiva è riuscita anche se un filo anonima.
Intermezzo strumentale, “Sprouting wings” è un assolo di basso di certo creativo ma che manca un po’ di mordente. Le ali spuntano per la successiva “We are flying high”, il primo dei due brani da circa dieci minuti l’uno che chiudono il platter. L’avvio da pacato diventa improvvisamente epico e il basswork maideniano. Il refrain è ambizioso, ficcante e le linee vocali sono oggettivamente impegnative. All’inizio del quinto minuto i toni si fanno quasi jazz! L’abilità dei Solar Flares nel proporre questo tipo di cambi d’atmosfera resta il loro punto di forza. Il brano risorge dalle proprie ceneri nel giro di pochi minuti e la componente metal convive con tastiere sinfoniche, per poi tornare su binari maideniani.
Gran finale con “I'm learning to live”, che già dal titolo omaggia i Dream Theater primi anni Novanta. I ritmi, gli arrangiamenti prog. sono un chiaro rimando alla band newyorchese. A metà brano stupisce un break di basso (invece di quello di pianoforte di Kevin Moore nel pezzo conclusivo di Images and Words): momenti suggestivi come sospesi nel tempo. Promosso anche l’assolo di chitarra, bocciato lo scambio di battute con un synth cacofonico nell’immediato prosieguo. Lego conclude con un acuto prolungato, si poteva volare più bassi.

Ci si sente appagati dall’ascolto di Variation in Brightness, in definitiva un album dalle grandi potenzialità, che mostra una giovane band dalle idee chiare in mente e influenze che interessano soprattutto gli anni Ottanta e Novanta.
Acquisto consigliato, non ve ne pentirete!

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 
75