Recensione: Vector

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Il successo ottenuto nel loro primo decennio di vita gli Haken se lo sono guadagnato con tanta gavetta, voglia d'osare e incessante spirito di sperimentazione. La band londinese è riuscita a svecchiare il prog. metal laddove i Dream Theater si erano impantanati e il passaggio di testimone tra vecchie glorie e giovani talenti è stato un toccasana per un genere che stava iniziando a ripiegarsi inesorabilmente su se stesso.

Nella loro ancora concisa (ma valida) discografia, Vector è il quinto full-length in studio, arriva dopo un bel live e musicalmente si colloca agli antipodi rispetto a The Mountain, disco più vicino al prog. rock settantiano. Il combo inglese, infatti, complice il tour con Mike Portnoy (che ha festeggiato i suoi 50 anni proponendo la "Twelve-step suite" on stage) in pochi mesi riescono a dare alla luce il loro album più corto in carriera (circa 45 minuti), composto de sette tracce, spesso granitiche in modo sorprendente, portando avanti quanto di heavy racchiuso in “Initiate” e “The endless knot”, pezzi metal-oriented del precedente Affinity.

Galeotto è anche la presenza, quale consulente al mixaggio, dell’ex-Periphery Adam Getgood e il concept sotteso al disco, che vuole indagare i meandri della mente umana, quelli più vicini ai confini della follia. Se il tema risulta inflazionato (e Dark Side of the Moon è inarrivabile) gli Haken provano a cimentarsi con questo topos in modo postmoderno, ispirandosi a pellicole cult – come "One Flew Over the Cuckoo's Nest", "Shining", "Bronson" (del geniale N.W. Refn) e "A Clockwork Orange" –  e tributando un omaggio alla psicanalisi, dimensione onnipresente per i 21st Century Schizoid Men che ci ritroviamo a essere quotidianamente. Il tastierista Diego Tejeida ha perfino rivelato di andare da un analista e che gli sarebbe piaciuto svolgere tale professione se non fosse diventato musicista. Ecco, dunque, spiegato l’artwork lampante, una macchia di Rorschach creata ad hoc in modo randomico per stuzzicare la fantasia dell’ascoltatore, che farà suo l’album cercando di svelarne la trama cervellotica. Possiamo solo dirvi che tutto origina dall’opener (nonché singolo) “The Good Doctor”, medico che instaura un rapporto particolare nei confronti di un paziente apparentemente catatonico.

Dopo tanto sfoggio di cultura, passiamo alla musica. Il breve intro “Clear” inizia su toni cacofonici che richiamano la musica disumanizzante composta dai NOMACS in The Astonishing. Pare d’immergersi in un mondo pervaso da angoscia e decadenza… “The Good Doctor” fortunatamente, però, non vive solo di atmosfere oscure, ma anche di ampie schiarite melodiche e parti strumentali dalla grande perizia tecnica. Tutto in perfetto equilibrio tra follia compositiva e chiarezza d’intenti, gli Haken confermano il proprio sound ricercato e lo fanno dando risalto a una sezione ritmica che macina doppia cassa e ostinati impegnativi (piccola nota a margine, il bassista Conner Green, in forze dal 2014, ha solo 25 anni). Seguono i due pezzi più lunghi in scaletta (da soli raggiungono quasi metà del minutaggio complessivo dell’album). “Puzzle Box” ha una longevità notevole, a ogni ascolto rivela nuovi aspetti in fase d’arrangiamento: difficile seguire i meandri sonori proposti senza soffermarsi sulla quantità di trovate messe in campo dagli Haken. Al minuto 2:20, ad esempio, inizia una parte strumentale fatta di poliritmi insani che non hanno niente da invidiare ai Between The Buried And Me e ai migliori Dream Theater. Non manca un segmento centrale di musica elettronica sapientemente gestita e integrata alla cornice metal, che torna a riesplodere nei minuti finali, con seconde voci a rincorrere il main vocalist, e un sound roccioso vicino al “black album” dei citati newyorkesi.

Metabolizzato un “vulgar display of prog” così denso, la mini-suite “Veil” regala qualche secondo di pausa prima di affondare il colpo con delle ritmiche rocciose che vanno a risvegliare gl’istinti più bestiali dell’io. Il dionisiaco, tuttavia, vive compenetrato dalla voce apollinea di Ross Jennings, come da dettato opethiano (band da sempre riferimento dei nostri, ascoltate il quinto minuto e confrontatelo con “The Grand Conjuration” in Ghost Reveries). Trovano spazio, altresì, contaminazioni djent, parti di dirty organ e un falso epilogo attorno all’ottavo minuto. Superata una sezione psichedelica, infine, come non accostare (in positivo, però) il decimo minuto alla poco riuscita "Repentance" (quarto movimento della suite di Portnoy)? La spirale di note suonate a velocità strabiliante prosegue con “Nil By Mouth” (dal latino nihil per os), che si candida a essere la migliore strumentale degli Haken e per il momento se la gioca con “Portals”, quinta traccia di Visions. Può essere accostata a “Morphing into nothing” degli Andromeda e, molto vagamente, a certe sonorità dei Nova Collective (progetto cui ha collaborato Richard "Hen" Henshall), mentre il supponente manierismo proggish è figlio diretto del secondo capitolo targato Liquid Tension Experiment. Discorso diverso per gli ultimi seicento secondi del full-length: l’ultima accoppiata di brani purtroppo non regge il confronto con il resto del platter. La lisergica “Host” convince solo a metà, troppo brusco il cambio di sonorità rispetto al brano precedente e ritmi fin troppo blandi, anche per una band che non ha mai nascosto un lato floydiano. “A Cell Divides” inizia con un riff ficcante, poi però si perde in linee vocali cadenzate troppo prevedibili e stucchevoli (gli Haken non sono i Leprous) risultando in definitiva un filler o poco più. Da segnalare, infine, la presenza della versione strumentale di 5 dei brani in scaletta nella deluxe edition di Vector.

La domanda legittima è la seguente: perché un simile sbilanciamento nella tracklist e la presenza di due "riempitivi" in calce all’album? Forse era meglio pensare a un EP come già per Restoration nel 2013 (ma in quel caso si trattava di vecchi pezzi riregistrati)? Aspettare un altro anno per avere un disco meglio strutturato sarebbe stato l’ideale: gli Haken devono stare attenti a non deludere i propri fan, ogni passo falso può costare caro di fronte alla schiera dei sostenitori più esigenti (e di questi tempi fidelizzare un pubblico di ascoltatori è cosa ardua). Vector è un album imperfetto, dunque, non ai livelli di Affinity, ma a tratti avvince, non raggiungendo nel complesso, tuttavia, le vette del capolavoro definitivo. Forse il concept avrà un prosieguo (volendo confidare nelle parole sibilline della band) che stupirà; per ora la fiducia nel gruppo inglese resta alta, si tratta di musicisti giovani che hanno ampi spazi di miglioramento e potranno ancora regalare emozioni in futuro.

Roberto Gelmi (sc Rhadamanthys)

 
80

Rock the Castle 2019 @ Castello Scaligero - Villafranca (VR)

Data: il 5 Luglio alle 14:00
Apertura cancelli: ore 12:00
Prezzo: € 60 + d.p. (singolo giorno) - € 70 ( singolo giorno in cassa) - € 146,96 + d.p. (abbonamento tre giorni)
Band: Black Stone Cherry, Carved, Dee Snider, Dream Theater, Even Flow, FM, Gojira, Haken, Inglorious, Kingcrow, Levania, Mono, Necrodeath, Onslaught, Overkill, Philip Anselmo, Richie Kotzen, Sebastian Bach, Slash Featuring Myles Kennedy & The Conspirators, Slayer, TesseracT
Locale: Castello Scaligero - Villafranca (VR)
(Villafranca di Verona, Verona)