Recensione: Vemod

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Solbrud è un progetto musicale i cui suoni ed attitudini si muovono nel black metal di stampo old school, arricchiti poi da atmosfere plumbee. La costanza dei suoni delle chitarre è vero e proprio tappeto di gelo impenetrabile, lastra di ghiaccio sulla quale soffia un forte vento da nord. 

Incessante, questo l’aggettivo che ci viene in mente ascoltando “Vemod”, la terza fatica in studio di questi artisti danesi. Bufera che si abbatte furiosa, nella quale noi a capo chino avanziamo senza mai trovare davvero pace. Luci lontane ci regalano la speranza di continuare, ma sono solo lampi fugaci in una nebbia di mestizia fitta. 

Det sidste lys’ parte con suoni ambient, per poi proporci ritmiche serrate che vanno via via sempre crescendo. Stesso discorso per ‘Forfald’ che continua idealmente con una violenza distruttiva per poi sfumare e scivolare mesto in ‘Menneskeværk’. Minimalismo di strutture che non vogliono certo stupire, solennità che trova spazio in un eco nel silenzio più profondo.

 Anche una candela nel più nero dei gorghi risalta, così accade per il ramo ambient nell’austero paesaggio dei Solbrud. Il male che ci affligge sin dentro le ossa si conficca in un’anima già di per sé raggelata e desolata. Crepa cammina ora da questo corpo trafitto, disegnando una tela pronta a frantumarsi.  “Vemod” vive di pause struggenti, distorsioni che vanno a sublimare in un equilibrio fatto di rassegnazione.

Niente di nuovo o di avanguardistico, solo un black metal che riesce però a far vibrare alcune corde interiori, senza stupire o mostrandosi virtuoso. Full-length intenso, che farà la gioia degli amanti del black più vetusto ma che, a conti fatti, qualcosa da dire lo ha sempre e comunque.

Stefano “Thiess” Santamaria

 

 
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