Recensione: Vices. Virtues. Visions.

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Eclettici.

Difficile trovare una sola parola in grado di descrivere meglio i Raunchy, realtà di ormai lungo corso guidata sin dagli albori da Jesper Tilsted, Jesper Kvist e Morten Toft Hansen, rispettivamente chitarra, basso e batteria.

La band danese non si è mai particolarmente distinta per prolificità (solo sei album da studio in vent’anni, il primo a sette anni dalla fondazione) quanto piuttosto per la grande duttilità e per una forte dose di anarchica genialità. Hardcore, metalcore, metallo alternativo, elettronica, death melodico e chi più ne ha più ne metta: questi, a grandi linee, gli ingredienti della ricetta dei Raunchy; ricetta che, soprattutto in virtù di una grande abilità nell’evolvere il proprio sound in maniera scaltra eppur coerente, consolida la fama dei nordici da tre lustri a questa parte. Il nuovissimo “Vices. Virtues. Visions” non fa eccezione alla regola confermandosi, sin dai primi istanti della beffarda e ammiccante “Eyes Of A Storm”, come un più che degno successore di piccoli, bizzarri, gioielli dal gusto stravagantemente pop (in senso warholiano, NdR) come “Death Pop Romance”, “Wasteland DIscotheque” e “A Discord Electric”. Di più: l’innesto del nuovo arrivato Mike Semesky, già visto in azione tra le fila di band d’avanguardia come The Haarp Machine e Intervals, al microfono in luogo del dimissionario Kasper Thomsen, consente ai Raunchy di spaziare ulteriormente all’interno dell’Universo Metallico, incorporando nel proprio sound elementi di matrice progressiva in grado di impreziosire ulteriormente un quadro già di per sè piuttosto ricco.

Eclettici, si diceva, ma anche contradditori, eccentrici e dissacranti. Nella musica dei danesi c’è di tutto e di più: riff aggressivi (quando non addirittura thrasheggianti, come nel caso della ruvida “Anasthesia Throne”), melodie catchy, sfuriate djent, rallentamenti groove e rifiniture elettroniche a prim’acchito pomposamente zarre quanto in realtà follemente ricercate.

La prima parte dell’album scorre alla grandissima, destreggiandosi con grande perizia tra brani che possono essere descritti come veri e propri mosaici sonori nei quali convivono le atmosfere, i colori e gli umori più svariati. Una per tutte? La maestosa “Truth Taker”, ma trascurare la schizzata (eufemismo, NdR) “Digital Dreamer” sarebbe un  vero e proprio delitto.

Segue, con più melodia e meno violenza, “The Castaway Throne”, altro high-light assoluto con le sue strofe enfatiche e il refrain liberatorio e imprendibile, punteggiato dalle tastiere in maniera a dir poco superba; eppure è il finale in crescendo a vincere su tutta la linea. “Luxuria”, ma soprattutto “I Avarice”, le favolose “Frozen Earth”, “Clarity” e la conclusiva “The Singularity Heart” concludono infatti come meglio non si potrebbe un album vario, potente, geniale e strafottente come sempre più raramente capita di sentire di questi tempi.

Se il metal che amate è quello fatto di spadoni, motociclette e giubbotti di pelle borchiati, “Vices. Virtues. Visions.” non è probabilmente l’album che fa per voi; se, al contrario, siete dei fanatici della contaminazione irruenta e de-regolata, dategli una chance, potreste non riuscire più a staccarvene!

Stefano Burini

 

 
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