Recensione: Victim Of The New Disease

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É trascorso appena un anno dal controverso “Madness”, ma gli All That Remains non intendono perdere tempo ed ecco così che presentano il nono album della loro carriera, intitolato “Victim Of The New Disease”. C’è da dire che, a pochi giorni dalla release dell’ultimo sforzo discografico, il chitarrista Oli Herbert scompare per annegamento in circostanze tuttora misteriose. Questa tragedia non fa altro che mettere in una posizione ancora più delicata l’album in questione, un disco composto da dieci tracce di solido metalcore spiccatamente condito da ritornelli puntualmente melodici e addirittura due ballate.

 

Appena premuto il tasto play siamo letteralmente aggrediti dalla furia cieca di Fuck Love, brano che ha ricoperto anche la funzione di preview, a ridosso della pubblicazione integrale. Sembrano non esserci mezze misure e che gli ATR abbiano lasciato in soffitta quel piglio melodico che da un lato ha permesso di ampliare la propria cerchia di ascoltatori, ma dall’altro non ha fatto altro che contribuire a rendere la figura del frontman Philip Labonte ancora più al centro di un continuo ciclone mediatico. Ad ogni modo, i primi minuti scorrono via che è un piacere e lo stesso dicasi anche per la seconda traccia – Everything’s Wrong – la quale si presenta però molto più melodica e ragionata, con l’ingresso della voce pulita a rendere il ritornello un pezzo forte in sede live, sia per il facile appiglio nell’orecchio dell’ascoltatore, sia per come si incastra bene nella struttura tessuta dalla band. Sin qui tutto regolare, se non fosse che lo schema si ripete per l’intero album, escluse Alone In The Darkness e Just Tell Me Something, due ballad assai diverse tra loro. La prima è più malinconica e la seconda, la quale vede anche la partecipazione di Danny Worsnop (Asking Alexandria) più grintosa, ma d’altro canto anche più scontata. Nonostante i circa quaranta minuti del disco non si possano definire una tortura per i nostri timpani, non fanno neppure gridare al miracolo, anzi rischiano di chiudere sottotono con I Meant What I Said, uno di quei pezzi tipicamente riempitivi che getta nel minestrone anche uno stacco stuprato dall’utilizzo dell’autotune. L’album si chiude con la title-track che ha il compito di riprendere i binari introdotti con la ben più fortunata doppietta di apertura, ma riproponendo l’immancabile ritornello con voce pulita.

Gli All That Remains sono e restano una band che sguazza nella controversia. I fasti dei primi lavori sono lontani e per un motivo o per l’altro, la direzione intrapresa sembra tendere maggiormente verso una proposta intenzionalmente commerciale, non sfruttando le indiscutibili doti tecniche degli strumentisti, ancora una volta relegati a suonare un prodotto che non trasmette più di quanto potrebbe fare un buon 85% delle band là fuori. Nulla da dire per la qualità a livello di sound, con un muro di chitarre graffianti, una pulizia sonora che valorizza le parti pulite e intensifica le sfuriate sorrette da una sezione ritmica (Aaron Patrick e Jason Costa) schiacciasassi. Quello che lascia l’amaro in bocca è che le speranze di accogliere una svolta siano state disattese e questo album non rappresenta di certo un prodotto fondamentale per la vostra collezione. Un vero peccato, andrà meglio la prossima volta – speriamo.

 

Brani chiave: Fuck Love / Everything’s Wrong

 
65