Recensione: Victim of your Father's Agony

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Cosa succede se un disco dall’inizio alla fine riporta con veemenza e senza alcuna remora agli anni Settanta?

Risposta numero uno: porta a un sano, doveroso e benefico bagno fra sonorità immortali che è sempre un godimento poter assaporare, se fatte bene.

Risposta numero due: che in realtà un’altra domanda… ma se nei Seventies era già stato creato/sperimentato di tutto e di più che senso ha nel nuovo millennio inoltrato ripiegare su quel solco, ampiamente e splendidamente già tracciato dai campioni dei vari generi?

La verità vera non ce l’ha in mano nessuno e men che meno lo scriba. Un album deve saper regalare emozioni positive, sia che si tratti di Death/Black che di Epic Metal che di Progressive Rock. E i norvegesi Arabs in Aspic, alla loro quarta fatica discografica, ancora una volta griffata Black Widow Records, in poco meno di quaranta minuti di musica di brividi lungo la schiena ne sanno regalare parecchi, ovviamente se la loro proposta la si percepisce senza paraocchi e/o steccati preconfezionati.

Massimo comune denominatore è il Rock nella sua accezione più radicale, anche perché altrimenti su queste pagine a sfondo nero non vi sarebbero mai approdati. A partire dalla – splendida -  “You Can Prove Them Wrong”, il quartetto di musicisti di Trondheim si lancia lungo un viaggio attraverso sonorità del passato capace di abbracciare le diverse sfaccettature del ventennio a cavallo fra gli anni Sessanta e i Settanta.

Si diceva dell’opener  “You Can Prove Them Wrong”, pezzo progressive nell’animo dall’hook malandrino poggiato su Hammond d’ordinanza e cori fottutamente efficaci nonostante la delicatezza nell’esecuzione. La successiva ballata “Sad Without You” strizza l’occhio ai The Beatles, “One” non è la cover del pezzo dei Metallica ma un mix ibrido fra la lezione degli Uriah Heep e quella dei Deep Purple. “The Turk and the Italian Restaurant” inaugura il trittico delle strumentali – seguita più avanti da “Flight of the Halibut” e “Saint-Palais-Sur-Mer, Pt. 2”, mediamente interessante e giustificato dallo spirito d’antan che anima dal basso “Victim of your Father’s Agony” tutto. In altro contesto tre brani non cantati avrebbero sollevato cori di disapprovazione, probabilmente, ma in un disco dalla copertina che richiama qualcosa dei King Crimson ci si può ed è lecito attendersi questo e altro…             

Jostein Smeby (chitarra e voce), Stig Jorgensen (tastiere e voce), Erik Paulsen (basso e voce) e Eskil Nyhus (batteria) non si fanno e non ci fanno mancare niente, ecco quindi un’infornata di psichedelia strutturata con la doppietta “God Requires Insanity” e “TV 3” e la chiusura del lavoro si avvale delle note in modalità Pink Floyd della title track. L’uscita Black Widow Records si accompagna a un booklet di otto pagine con tutti i testi e, “alla vecchia”, nessuna foto della band.  

Victim of Your Father’s Agony  non ha la pretesa di cambiare le sorti del rock e nemmeno ne possiede le potenzialità, trattasi di un piacevolissimo viaggio retrò ben fatto e concepito. E, si sa, i viaggi ben fatti ritemprano sia la mente che il cuore…     

    

Gli Arabs in Aspic saranno alive all’interno del Porto Antico Prog Fest 2017 che si terrà i prossimi 14 e 15 luglio a Genova.

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

 

 

 
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