Recensione: Victory

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Gli australiani White Widdow nuotano nell'affollato calderone di tutte quelle band, più o meno recenti, che sembrano aver fermato le lancette del tempo nel decennio d'oro degli anni '80.
Nel corso dell'ultimo decennio, si è infatti potuto assistere ad un proliferare di progetti che, con grande fierezza e capacità, sono tornati a rispolverare quelle magiche sonorità che tanto hanno appassionato i rockers di tutto il mondo.
Seguendo dunque l'esempio di band divenute importanti come H.e.a.t., Crazy Lixx e Wild Rose, anche i White Widdow non si sono fatti attendere nell'offrire a tutta quella fetta di pubblico, desiderosa di un bel tuffo nel passato, una serie di album ben confezionati e di pregevole fattura (basti pensare ad un lavoro come “Serenade” datato 2011).
A soli due anni quindi dal precedente e discreto “Silhouette”, i nostri tornano alla ribalta rilasciando - per la sempre prolifica AOR Heaven – il nuovo “Victory”.

Come era da tradizione per un disco del comb australiano, anche in questo caso l'album è presentato da una copertina evocativa e di profondo impatto, primo biglietto da visita di un'opera aperta con la massiccia title track: un brano semplice e diretto che tutto deve agli ottimi incastri melodici, controllati dalle ricorrenti tastiere di Xavier Millis e dalla voce sempre cristallina e potente di Jules Millis.
La traccia fa perno ad un ritornello orecchiabile e sufficientemente ispirato, al quale segue un'ottima prova solista del chitarrista Enzo Almanzi, per un inizio del tutto efficace.
I White Widdow puntano come sempre sull'immediatezza di un songwriting semplice e diretto, come dimostra “Fight For Love”, episodio conciso e fornito di un ritornello ben studiato e facilmente assimilabile.
La successiva “Second Hand Heart” non tradisce la fede dell'Hard Rock più romantico e limpido, tanto da rievocare le magnifiche atmosfere tipiche dei migliori Survivor di metà anni '80.
Buono anche il pezzo seguente “Late Night Liason”, anche se, in verità, sembra essere il gemello del brano precedente, non aggiungendo null'altro d'interessante a quanto ascoltato finora.

Il gruppo ritrova maggiore ispirazione con la squisita “Danced In The Moonlight”, in grado di regalare ancora momenti di tenero romanticismo, prima di cedere il passo alla più rocciosa “Love And Hate”, dominata dall'ugola del bravo vocalist, impegnato a costruire una solida base melodica su cui le tastiere di Millis e la sei corde di Almanzi possono esprimersi al meglio.
La monotonia di alcune soluzioni compositive e di arrangiamento, vengono ben mitigate dalla bravura del gruppo nel trovare sempre buone conclusioni melodiche, in grado di catturare l'attenzione del fruitore: è questo il caso della magnetica “Reach Up”, contraddistinta da un inedito e gradito assolo tastieristico, molto ben inserito nel contesto.
Le pompose tastiere di Millis sono poi ottimamente in prima linea con la sognate “Anything” mentre, seppur con uno schema ormai fin troppo collaudato, torna una ventata di energia con la movimentata “America”, la quale fa il paio con la robusta e conclusiva “Run And Hide”, canzone che chiude degnamente un album riuscito e piacevole, capace di congedare in bello stile una band sicuramente non innovativa, ma di certo capace di regalare momenti di spensierata adrenalina e suggestione.

 

 
75