Recensione: Vikingligr Veldi

Di Emanuele Calderone - 30 Gennaio 2011 - 0:00
Vikingligr Veldi
Band: Enslaved
Etichetta:
Genere:
Anno: 1994
Nazione:
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87

Il 1994 fu un anno d’oro per l’intero movimento black metal: nacquero capolavori immortali quali “Hvis Lyset Tar Oss” (Burzum), “In the Nightside Eclipse” (Emperor), “For All Tid” (Dimmu Borgir) e, tra gli altri, “Vikingligr Veldi” degli Enslaved.

Questi ultimi rientrano a pieno titolo in quella cerchia di gruppi che ormai non hanno più bisogno di lunghe presentazioni: la band nel corso della sua ventennale carriera ha dato vita ad alcuni lavori fondamentali sia in campo viking, genere di cui “Frost” è considerato capostipite, sia in campo avantgarde, con la pubblicazione di “Eld”, “Isa” o dell’ultimo “Axioma Ethica Odini”.

Trovarsi al cospetto di un album come “Vikingligr Veldi” mette oggi, a distanza di 17 anni dalla sua uscita, ancora in soggezione. Sì, perché constatare come questo disco non sia assolutamente stato intaccato dallo scorrere del tempo, ma abbia invece mantenute intatte la sua bellezza e il suo magnetismo, spaventa e allora stesso tempo meraviglia.
Un’opera, questa, divisa in soli cinque capitoli, che in poco più di cinquanta minuti di musica ammalia e delizia, sconvolge e travolge chiunque la ascolti.
Gli Enslaved riescono a far convivere ferale black metal primordiale con elementi più melodici, sottolineati da un sapiente utilizzo delle tastiere, raggiungendo così un equilibrio perfetto tra violenza ed eleganza.
Tutte le caratteristiche di cui sopra si traducono in brani di lunga durata, piuttosto articolati e strutturalmente complessi, sebbene mai appesantiti da inutili orpelli. Il riffing si dimostra da subito particolarmente ispirato e vario, mai ripetitivo e decisamente coinvolgente. Le chitarre sono sostenute da una sessione ritmica brillante (Trym rimane ad oggi uno dei migliori drummer della scena estrema), elaborata e incalzante, che conferisce giusto dinamismo e spessore a ciascuna delle tracce presenti.
Discorso a parte merita la voce di Grutle Kjellson, dotato di un timbro forse non troppo originale, che riesce comunque a risultare facilmente riconoscibile. Il cantante si mette in mostra grazie a un’ottima padronanza tecnica, riuscendo a passare agevolmente da scream glaciali, a parti più gutturali.
Le tastiere svolgono un lavoro di finitura, meno preponderante rispetto a quello che si può sentire in uscite più orientate verso la melodia. Ivar Bjørnson alle keyboard dona eleganza alle composizioni, senza mai apparire eccessivo.
L’apertura delle danze viene affidata alla splendida “Lifandi Liv Undi Hamri”: in 11 minuti abbondanti la band propone una delle sue canzoni più belle. La batteria scandisce ritmi ora serrati ora di più ampio respiro, sui quali poggiano le chitarre di Bjørnson, autore di una prova magistrale, sia per quel che concerne la parte ritmica, sia per quella solista. Ciò che si può ascoltare è una track di inaudita cattiveria, che affonda le proprie radici nel black più puro, che mantiene una forte personalità. Lo screaming maligno di Kjellson ben si sposa con le atmosfere fredde create dal combo, con un risultato finale che non può lasciare indifferenti.
Proseguendo con l’ascolto di ciascuno dei successivi capolavori ivi contenuti, si nota come questi ragazzi siano riusciti a mantenere costante il livello qualitativo, senza mai concedere il fianco a critiche. E’ così che assistiamo impietriti a perle come la seconda “Vetrarnótt”, dotata di lunghe sessioni strumentali coinvolgenti come non mai, che si alternano ora a feroci sfuriate ora a parti più riflessive, dove le tastiere si fanno sentire maggiormente.
A spezzare parzialmente la tensione ci pensa “Midgars Eldar”, dotata di accenni quasi folk, tra chitarre classiche che duettano con quelle elettriche e ritmiche decisamente più rilassate. Non mancano comunque momenti più tirati: l’ascoltatore viene travolto da un turbine emotivo, prepotentemente dominato dal pulsante basso di un Grutle, come sempre a suo agio sia dietro il microfono che al quattro corde. Inevitabile in questo caso, data la somiglianza della proposta, non ritrovare punti di contatto con quanto proporranno, un anno dopo, gli Ulver nell’immortale “Bergtatt”.
Dopo la parentesi “Heimdallr”, con la quale il trio torna a pestare forte -il pezzo ricalca bene o male i più classici stilemi black-, il grande finale è tutto dedicato a “Norvegr”. Ancora una volta una song di lunga durata -poco meno di undici minuti-, ma questa volta totalmente strumentale. Il gruppo si dimostra perfettamente capace di affrontare un brano senza l’utilizzo della voce, dando vita a uno degli episodi in assoluto più interessanti della propria discografia. I tempi si fanno più cadenzati, risultando talvolta pachidermici nel loro incedere lento, il riffing diventa più dilatato, disegnando linee epiche e le keyboard tessono le melodie di accompagnamento alle sei corde.

A un songwriting tanto maturo, nonostante la giovane età dei membri coinvolti nel progetto, corrisponde anche un certo gusto nella stesura delle liriche del lavoro. Gli Enslaved decidono di allontanarsi dai cliché tipici del genere, volgendo l’attenzione verso tematiche che diverranno proprie, qualche anno dopo, del Viking Metal. I testi trattano dunque di mitologia nordica (chiari i riferimenti in “Lifandi Liv Undir Hamri” e in “Heimdallr”), ma anche dei paesaggi e della terra norvegese. Non sono rare le descrizioni dei panorami del nord, alla quale i nostri dimostrano un forte attaccamento, così come non mancano citazioni agli Dei vichinghi.

All’ottima prova strumentale e musicale offerta, si aggiunga anche una qualità di registrazione affatto disprezzabile, specie se confrontata con quella di altri prodotti usciti nello stesso periodo. I suoni sono ben calibrati e discretamente nitidi, in grado pertanto di sottolineare l’operato di ciascun musicista.
Suggestiva anche la cover scelta per il full-length, che mostra un antico elmo al di sopra del quale giganteggia il logo della band, su uno sfondo dalle tonalità verdi.

Possiamo dunque concludere affermando senza il minimo indugio, che “Vikingligr Veldi” rappresenta uno dei migliori parti dei Norvegesi, oltre a essere uno dei più squisiti esempi di black metal europeo. Un album dunque che non dovrebbe assolutamente mancare nella collezione di nessuno. Se ancora non avete avuto l’opportunità di sentirlo, fatelo, altrimenti continuate a godere di questo piccolo capolavoro, che oggi di lavori di tale valore non ne escono più.

Emanuele Calderone

 
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Tracklist:
01 – Lifandi Liv Undi Hamri
02 – Vetrarnótt
03 – Midgars Eldar
04 – Heimdallr
05 – Norvegr

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