Recensione: Vis et Deus

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Molti dei capolavori in lingua italiana della Strana Officina non sarebbero probabilmente nati se la penna ispirata di Johnny Salani non avesse impresso nero su bianco i sogni, le paure e le esperienze di un (allora) imberbe musicista con la passione per L’Hard e il Blues. Colui che precedette il conosciutissimo Daniele Ancillotti detto “Bud” dietro al microfono della celeberrima band creata dai Cappanera bros in quel di Livorno a metà anni Settanta non ebbe però la soddisfazione di vedere legato il proprio nome a un uscita ufficiale della “Strana” in tempo reale.

Le sole testimonianze “salaniche” di quel periodo vanno ricercate in antichi demo e nel ricordo impresso nella mente degli spettatori di molti concerti seminali. L’attività live era considerata prioritaria, allora, e le possibilità di incidere un vinile presupponevano un ben determinato budget finanziario, non di certo alla portata di tutti. Una raccolta a trentatré giri di qualche anno fa restituisce voce a Johnny con l’Officina, su qualche pezzo risalente alla fine degli anni Settanta/inizio Ottanta andando a colmare, seppur parzialmente e fuori tempo massimo una grave lacuna della scena tricolore.

A restituire un po’ di gloria postuma al Salani nazionale ci pensa sul finire dell’anno passato la sempre attenta e meticolosa etichetta Jolly Roger Records, da tempo marchio di fabbrica associato a qualità e passione. Il disco oggetto della recensione è Vis et Deus, figlio di un demo griffato Vis e uscito nel 1987 per l’occasione rimasterizzato e arricchito da due brani comparsi su altrettante compilation di fine anni Ottanta. Più precisamente Maria Stuarda da Rockin’ Italy (1986) e Rocker batti il tuo Pugno da Not just Spaghetti and Mandolini (1988). Il packaging allestito dalla label modenese comprende un cartonato massiccio a tre ante di comodissima fruizione con all’interno alcune foto della band e qualche nota tecnica.

Non appena l’opener Maria Stuarda diffonde le proprie note hard’n’heavy è impossibile non riandare a quell’altra gemma dell’Acciaio Italiano conosciuta come Non c’è più Mondo, album del 1991 a firma (K) Cappanera con un Johnny Salani in grandissimo spolvero alle prese con i vecchi compagni della Strana Officina – Fabio e Roberto Cappanera – insieme con altri illustri musicisti: Andrea Castelli e Ruggero Zanolini.

Il marchio di fabbrica di uno come Salani è imprescindibile, fatti i dovuti paragoni e gli ovvi distinguo è come quando Lemmy partecipava a qualche progetto al di fuori dei Motorhead: contaminava piacevolmente qualsiasi cosa gli fosse intorno riportando il tutto alla sua band principale. La timbrica e l’impostazione di Johnny hanno il potere di far riavvolgere in maniera naturale il nastro del tempo: l’incedere heavy rock di Nana la Gatta così come Caronte e la stessa title track sono il manifesto di un periodo adrenalinico. Così come taluni testi oggi sarebbero improponibili Vis et Deus paga pegno a livello generale per quanto afferente il songwriting: se fosse stato maggiormente curato nei passaggi chiave il demo avrebbe potuto ricavarsi senza dubbio qualche soddisfazione in più, a suo tempo e magari, chissà, fornire qualche ulteriore chance alla band toscana che oltre a Salani schierava Marco Becchetti (chitarra), Gino Amaddio (basso) e Mario Rusconi (batteria) della quale poi si persero le tracce nonostante alcuni tentativi successivi al demo ‘87. 

Vis et Deus: un piacevole e istruttivo tuffo nell’imprescindibile passato dell’italian way of heavy metal, foriero di sonorità immortali.

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

        

 

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