Recensione: Visions of Eden [Re-Release 2017]

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Ennesima ristampa da parte della premiata ditta DeFeis&Co. Quest’anno è la volta di Visions of Eden, sempre marchiata Spv che succede nel tempo ai vari Noble Savage, Life Among the Ruins, Marriage I & II, Age of ConsentInvictus, House of Atreus I & II. A differenza di alcune delle reissue precedenti, l’album originariamente uscito nel 2006 per la T&T Records è totalmente privo di qualsivoglia bonus track e a questo punto val la pena sottolineare un particolare: in molti casi, piuttosto di imbattersi in filler clamorosi o pezzi live con registrazioni penose buttati lì per far volume è meglio accontentarsi di quello che passa il convento, evitando così di arrabbiarsi e rischiare di far passare in secondo piano il vero motivo di una ristampa che, in quest’occasione, schiera su due Cd differenti Visions of Eden nella Barbaric Remix version sul primo dischetto e lo stesso album in versione Romantic Re-Mastered sul secondo. Tutto bello e bombastico, a parole; poi nella realtà dei fatti il concetto si traduce in un irrobustimento del suono e del bilanciamento dei vari strumenti con enfatizzazioni ad hoc operate dallo stesso Mister Virgin Steele in persona, ossia D. DeFeis. Un’operazione tutt’altro che inutile, dal momento in cui Visions of Eden nel 2006 deluse alquanto in riferimento alla produzione, poco brillante, per usare un eufemismo. Nulla di clamoroso, sia ben chiaro, però, nessun brano è stato risuonato per intero o cose di questo genere ma si è lavorato sulla base di partenza del passato, quindi i miracoli in queste situazioni difficilmente avvengono, cosa puntualmente avvenuta anche per gli ‘Steeler, sebbene vada onestamente sottolineato che la Barbaric Remix version la propria porca figura la fa eccome.

Come da prassi, il packaging Spv non delude: i due Cd sono alloggiati – alla grandissima, peraltro, si rischia di romperli per poterli sentire, la prima volta, dal tanto sono artigliati nella loro fossetta in plastica trasparente… - in una confezione digipak apribile a tre ante di facilissima fruizione. Nella facciata centrale risiede un booklet di sedici pagine che sostanzialmente si discosta davvero poco da quello originale, fatte salve alcune piccole modifiche, contenente la sinossi dell’album e tutti i testi dei vari pezzi. 

Rafforzata anche l’immagine di copertina, leggermente ingrandita e inscatolata nella cornicetta tipica delle recenti reissue Spv, ottenendo un buon risultato finale, effettivamente, maggiormente ficcante di quello del 2006.

A livello di musica, per chi scrive, Visions of Eden rappresenta l’ultimo album tipicamente “Virgin Steele” della discografia degli americani. Il baluardo finale di un certo modo di approcciare l’heavy metal di stampo epico da parte di David DeFeis e compagnia. Seppur solamente a sprazzi esso sa regalare gemme da brivido della portata di God Above God, Childslayer,When Dusk Fell e Angel of Death, pezzi che non avrebbero sfigurato sui fantastici album appartenenti al passato prossimo della band. Da The Black Light Bacchanalia in poi è corretto inquadrare i Virgin Steele in un’altra ottica, totalmente differente, che personalmente non apprezzo. La carica barbarica e la potenza eroica che hanno contraddistinto dischi definitivi come i due Marriage e Invictus, solo per citarne tre di numero, hanno lasciato campo libero a soluzioni darkeggianti, pregne di sussurri e urletti ingiustificati, quantomeno nelle quantità fornite, prive quindi del ruggito del Lion in Winter David “Dionysus” DeFeis, uno dei più grandi – per lo scrivente il più grande in assoluto in un determinato periodo – interpreti heavy metal della storia del genere.

A seguire la riproposizione della recensione di Visions fo Eden così come uscita nel 2006 su questi stessi schermi a sfondo nero, curata da Vincenzo Ferrara.                       

Stefano “Steven Rich” Ricetti                

 

Quando scorrono le note di Age Of Consent, Marriage o Noble Savage nel mio impianto stereo, la mia mente ripercorre gli anni passati a cercare questi magici dischi quando ancora non esistevano mailorder, Internet, mp3, ed amenità tecnologiche varie. Allora conoscevo soltanto le “big band”: WASP, Manowar, Iron Maiden, Accept, Saxon, Judas Priest e compagnia bella, il resto era affidato all'immaginazione di ciò che si leggeva sui vecchi giornalini. I Virgin Steele furono la prima band, sicuramente underground, che decisi seriamente di ricercare e che contribuì, ulteriormente, a farmi innamorare di questa musica. Sono passati anni, molte delle band che scoprii agli inizi le ascolto poco oggigiorno, eppure per i Virgin Steele la parola poco non è mai esistita, ogni ascolto di un disco, sebbene consumato all'inverosimile, è una nuova esperienza nelle magiche terre dei sogni e del mito cui questa musica ben si presta a far rivivere.

David DeFeis, sicuramente un compositore dallo spirito unico. Quando lo conobbi personalmente conobbi una persona gentile ed umile, una conferma dello spirito nobile che metteva in musica. Le ultime due fatiche in studio della band americana si sono discostate dalla trilogia chiusa con Invictus (ma già con Invictus certe scelte produttive cominciavano a cambiare). I 2 House of Atreus, più che 2 album di classico Heavy Metal, sono un'opera costruita su una base Heavy Metal articolata e spezzata tra moltissimi momenti strumentali. Un'opera poco omogenea eppure a suo modo affascinante ed evocativa.

Visions of Eden si discosta ancora una volta da queste soluzioni. Nessun intermezzo, nessuna strumentale, 11 brani, molti dei quali lunghissimi, corposi, compatti che rendono questo prodotto durissimo da assimilare. Le chitarre non incidono, sono sottotono, quasi assenti. Sono lontani i ricordi delle magiche cromature chitarristiche di Age Of Consent, i fraseggi epici di Noble Savage e delle scintillanti progressioni dei due Marriage non c'è traccia. Eppure è un disco che riesce ad affascinare. La opener Immortal I Stand, il suo pomposo incedere, la magniloquenza di una costruzione strumentale impeccabile, i lirismi di DeFeis intenti ad esplodere negli spettacolari ritornelli (Immorrtal I stand!). Ed ancora, attimi di classe musicale attraverso la geniale costruzione melodica di Black Light On Light, irruenta, pagana, dal barbarico incedere, eppur struggente, appassionante. Esplode tra i suoi cambi di tempo, le sue aritmetiche progressioni epico/musicali, il suo flavour mitologico. Ma il disco continua. Si va dall'Heavy Metal più classico di Bonedust (splendidi i suoi refrain) al romanticismo passionale della ballad God Above God per approdare ai fasti imperiali alla Invictus dell'ossianica The Hidden God. Ed ancora, attimi di epico heavy Metal rivivono in ChildSlayer mentre in When Dusk Fell è la magica chitarra di Pursino a dipingere interessanti trame musicali. Chiude l'album la title track Visions Of Eden, meditato brano, quasi solenne oserei dire e che va a porre il sigillo finale su quest'ultima fatica di DeFeis e soci.

Inizialmente avevo giudicato male questo prodotto, ma un ascolto più attento e più lungo mi ha permesso di trovare in esso attimi di intensa passione musicale. I difetti ci sono, e sono quelli elencati ad inizio, non da poco, certamente. La produzione non rende assolutamente. Le chitarre sono in secondo, anzi, terzo piano; sotto tono rispetto a tutto il resto, grave, molto grave (ciò abbassa nettamente il voto del disco). Questo impedisce a Visions of Eden di entrare nell'olimpo dell'Heavy Metal music d'intenzione epica ma non gli impedisce di donarci ancora qualche attimo di autentica passione musicale che, in un contesto come quello odierno, è sempre più difficile da trovare. Un po' poco per i Virgin Steele, ma già tanto di questi tempi.

 

virginsteele visions of eden packaging

 

 

 

 

 

 

 
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