Recensione: Vitriol

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Dopo l’EP autoprodotto "I Will Stay", che li aveva fatti notare a pubblico e critica, ecco giungere per gli Evenoire il momento dell’esordio discografico sotto Scarlet Records con l’album "Vitriol". La band cremonese nasce nel 2007 ed è formata da Lisy Stefanoni (voce e flauti), Marco Binotto (basso), Alex Gervasi (chitarra), Toshiro Brunelli (chitarra) e Daniele Fioroni (batteria, poi sostituito da Michele Olmi). Fin da subito il gruppo si è dedicato ad un metal sinfonico che non disdegna attingere a generi diversi per impreziosire il proprio sound, il risultato si è visto con l’EP che li ha lanciati alla ribalta e viene confermato con questo "Vitriol". Il titolo è un acronimo tipico della tradizione alchemica e sta per “visita interiora terrae rectificando invenies occultum lapidem”: visita l’interno della terra e correggendoti troverai la pietra nascosta. Un percorso iniziatico di ricerca, miglioramento e purificazione continua, dunque, per raggiungere la piena autocoscienza incarnata dalla Pietra Filosofale.

L’album parte con un’intro arpeggiata e atmosferica che traghetta verso "Days of the Blackbird", la prima vera canzone di "Vitriol". Come si evince dal titolo, la canzone tratta la tradizione folklorica della pianura padana dei Giorni della Merla e, da brava apripista, mette subito le cose in chiaro sulle potenzialità del gruppo. Le tastiere sono sontuose ma presenti al momento giusto, le chitarre alternano riff robusti a passaggi più dolci e ariosi, la sezione ritmica è puntuale e mai invadente e la voce di Lisy Stefanoni, infine, è lasciata libera di fare ciò che vuole, alternandosi al suono del flauto che ci accompagnerà per tutto l’ascolto dell’album. È proprio l’uso del flauto che distingue gli Evenoire da molti gruppi altrimenti simili: non più semplice accompagnamento (magari aggiunto “a cose fatte” per dare un respiro più medievaleggiante alle melodie) ma strumento a sé stante che possiede un peso specifico nell’economia dei suoni e si guadagna il suo spazio. Proprio il flauto introduce "Misleading Paradise" (il riferimento è al giardino di Armida trattato nella Gerusalemme Liberata del Tasso), e qui le cose si fanno già più serie: se “Days…” si presentava come una canzone diretta e lineare, qui i tempi si dilatano, legati da una melodia orientaleggiante che si distende su una ritmica corposa. La voce si fa ora potente ora ipnotica e ci accompagna suadente fino al termine di una canzone che, con i suoi cambi di atmosfera, strizza l’occhio a un certo prog vecchia scuola. Da notare la collaborazione, in questa traccia, con la soprano Gaby Koss (e chi non la conosce si cosparga il capo di cenere e vada subito ad ascoltare Eppur si Muove!).
"Forever Gone" parte briosa, richiamando il suono diretto e sontuoso dell’opener, e nonostante i cambi di atmosfera più intimisti della strofa mantiene un ritmo medio-alto, presentando addirittura backing vocals quasi growl.


Si passa a "The Prayer", intermezzo acustico che introduce una delle mie canzoni preferite: "Girl by the Lake". La canzone parte con un incedere folk danzereccio, che però cede il passo quasi subito ad una ritmica più scandita mentre la storia della giovane castellana di Montisola (sul lago d’Iseo) viene raccontata. Anche qui i cambi di atmosfera si avvicendano con una certa frequenza, spaziando dal folk al gothic per descrivere meglio il tono tragico della leggenda (che non vi racconto, così vi leggete il testo), con una ripresa nel finale della melodia di "The prayer".
Con "Minstrel of Dolomites" l’elemento folk, peraltro già presente qua e là nell’album, si fa più presente nell’amalgama degli Evenoire. La canzone scivola che è una meraviglia, e il suo incedere la rende perfetta per chi ama certe sonorità più popolari, tanto è vero che nei live con questa canzone si salta e mica poco.
Chiudono "Vitriol" due canzoni che, dopo la scorpacciata folk della parte centrale, riportano pian piano verso lidi più simili a quanto assaporato nella prima metà dell’album. "Alchimia" si ispira al personaggio del Conte di Cagliostro: avventuriero, mago e guaritore vissuto nella seconda metà del ‘700. La canzone è leggermente più aggressiva delle altre, con toni più cupi e un testo che richiama il significato nascosto dell’album. "Wise King", cui è affidato il compito di chiudere l’album, è una vecchia conoscenza per gli amanti degli Evenoire, presenza fissa ai loro concerti da ben prima della pubblicazione di "Vitriol". La canzone riguarda l’incontro tra re Salomone e la regina di Saba, e di nuovo torna a farsi largo quel gusto per il prog e per le melodie orientaleggianti che già aveva fatto capolino in precedenza, appena spruzzate di quel poco di epicità che non guasta mai.
 

In conclusione ci troviamo davanti ad un ottimo esordio, con molta carne al fuoco e tutta di prima scelta. Intendiamoci, "Vitriol" non inventa nulla di nuovo, ma possiede una freschezza interna che molti album si sognano pur senza risultare dispersivo, propone strade alternative in un genere saturo di uscite tutte uguali e le percorre con classe e coscienza dei propri mezzi. Ben fatto.

 

Stefano Usardi

 
75