Recensione: Volume II - Power Drunk Majesty

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Alex Skolnick, Mark Menghi, Mike Portnoy e David Ellefson. Questo il nucleo – e che nucleo! – attorno al quale si è sviluppato il progetto Metal Allegiance. Progetto giunto al secondo tassello discografico, dopo il primo omonimo album del 2015. Come avrete notato, nella formazione “base” manca un cantante in pianta stabile. Ed è qui che entrano in gioco i vari ospiti illustri. Se sul primo lavoro avevano trovato spazio, tra gli altri, Gary Holt, Randy Blythe, Phil Anselmo e la nostrana Cristina Scabbia, sul qui presente “Volume II: Power Drunk Majesty” il livello degli artisti non è certo inferiore, come vedremo. Certo, rimanendo in ambito HM, l’idea non è originalissima: basti pensare al relativamente recente progetto portato avanti da Dave Grohl con il nome di Probot, con Cronos, Max Cavalera (che ritroviamo anche qui), Lemmy, King Diamond e tanti altri. Tuttavia, mentre nei Probot gli strumenti erano esclusivo appannaggio di Grohl, nei Metal Allegiance abbiamo una band vera, formata da persone – è lo stesso Ellefson a sottolinearlo – che si sono ritrovate fisicamente in sala prove per arrangiare i brani. Nessuno scambio di file per email. Il principio però rimane pressoché identico: una band con una propria identità, ma singole canzoni plasmate in base al retaggio dell’ospite di turno. L’album, infatti, è coerente al suo interno: si tratta di un thrash che alterna brani più veloci ad altri dotati maggiormente di groove. Il tutto arricchito da varie altre venature e soprattutto impreziosito dalla maestria, su tutti, di Skolnick nei funambolici assoli e Portnoy, qui alle prese con il convenzionale quattro quarti, invece che su tempi dispari. 


Il trittico iniziale è eccellente. The Accuser, con la presenza di Trevor Strnad dei The Black Dahlia Murder, fa partire il disco in maniera aggressiva. Si tratta di un brano che riporta alla mente Fall Of Sipledom (per i più distratti, sto parlando dei Testament), tanto per fornire un’indicazione. Bound By Silence, dove troneggia un John Bush sempre in grande spolvero, per una canzone forse più assimilabile agli Anthrax di Sound Of White Noise, che ai suoi Armored Saint. Le doti del cantante californiano sono a portata d’orecchio di tutti, sempre ammesso che si voglia finalmente dare credito a uno dei vocalist migliori della scena mondiale e ovviamente a uno dei gruppi più sottovalutati, nonostante brillino di luce propria, come gli Armored Saint. Il risultato è uno di quei pezzi che vi si stampano in testa e vorrete riascoltare più e più volte. Ottima la sezione centrale con il basso effettato in primo piano, prima del bridge e dell’accelerazione sull’assolo di chitarra. Infine Mother Of Sin. Anche qui impossibile non riconoscere l’inconfondibile ugola gracchiante di Bobby “Blitz” Hellsworth, per un brano dalle varie sfumature, che si apre con il più classico dei riff made by Skolnick, ma che sposta il proprio baricentro dalla costa orientale della Bay Area a quella occidentale della scena newyorkese – e non potrebbe essere altrimenti.


Ritenendo superfluo analizzare ogni singola traccia, trattandosi di un album che si mantiene su standard quasi sempre elevati, con brani sempre bene assortiti e mai del tutto lineari con la più scontata delle forma-canzone,  mi limiterò ad alcune considerazioni sparse. Come non citare la ultra-heavy Terminal Illusion di Mark Tornillo, con un Portnoy sugli scudi, il bel finale epico di King With a Paper Crown con Johan Hegg degli Amon Amarth o l’atipica e più power-oriented Power Drunk Majesty (Part II) con la potente voce della bella Floor Jensen. Infine un paio di frecciatine per Max Cavalera, qui a interpretare uno dei brani migliori che abbia prodotto di recente, mi spiace dirlo, al netto dell’imminente Ritual dei suoi Soulfly. E per Mark Osegueda, che offre una gran prestazione cantando pulito su Impulse Control e Power Drunk Majesty (Part I). La domanda è: perché urlare quasi sistematicamente sui dischi dei Death Angel quando ha ancora una così bella e particolare voce? In ogni caso, un peccato veniale, se la qualità dei loro dischi continuerà su quegli standard.


Insomma, "Volume II: Power Drunk Majesty" conferma le buonissime impressioni suscitate dall’album di debutto, consolidando le quotazioni dei Metal Allegiance, che a questo punto può essere considerato alla stregua di un gruppo a tutti gli effetti. Sebbene si tratti pur sempre di un progetto costruito a tavolino, lo scopo pare quello di comporre buona musica che esca un po’ dai binari delle rispettive band di origine. Una valvola di sfogo, più che un modo per ingrassare ulteriormente il portafogli.

 

 

 
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