Recensione: VotIVe

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Giunti al quarto disco, il trittico degli Ophidian Forest compie quello che potrebbe essere definitivo un balzo in avanti dal punto di vista discografico e firma per la Aural Music/Code666. Viene quindi abbandonata la furia cieca dei precedenti lavori e concentrata maggiore attenzione verso un concept album che ruota attorno a sette divinità pagane, ognuna delle quali trattata nei rispettivi sette brani (come i peccati capitali). Gli Ophidian Forest, che tra le ristrette fila vantano musicisti provenienti dai Paesi Bassi e dagli Stati Uniti, accolgono anche il chitarrista/bassista D., al suo esordio con Otrebor (batterista e giornalista italoamericano) e Amalgamoth (voce, synth e tastiere). Un motivo in più per rivoluzionare il sound di una band che punta molto su questo ambizioso lavoro della durata di circa 50 minuti, con brani piuttosto lunghi e che si sviluppano tra parti più veloci, segmenti atmosferici e una traccia strumentale a fare da ponte prima della canzone conclusiva.

 

VotIVe non è affatto un disco malvagio, diciamolo subito, ma è pesantemente fiaccato da un sound che non si limita a essere semplicemente lo-fi – come nella migliore tradizione del genere. Pecca per un mixaggio a dir poco approssimativo e che in alcuni punti impasta gli strumenti in favore dei synth e la batteria stessa alle volte suona in maniera inverosimilmente distante dall’essere una batteria e nonostante si possa ancora guardare agli Ophidian Forest come una realtà underground, la resa finale ne risente parecchio e con essa la stessa violenza delle sette tracce. A prescindere da ciò, l’album si apre con quello che è probabilmente l’episodio migliore dell’intero viaggio pagano in una foresta fatta di demoni ed entità oscure. Nerthus alterna al meglio le parti veloci e quelle più atmosferiche, peraltro riprese puntualmente anche negli altri brani e risultano essere molto più convincenti di quelle in blast beat, appunto penalizzate dal sound stesso. La voce di Amalgamoth si integra tutto sommato bene, ma nonostante qualche passaggio interessante, anche le lyrics appaiono piuttosto monotone e non sviluppano il concept tra un brano e l’altro, ma si limitano a mantenere la tematica di fondo. L’altro highlight dell’album è Nehalennia, che dopo un inizio un pochino incerto, si raddrizza e dimostra come gli Ophidian si trovino molto più a proprio agio su ritmiche cadenzate e capaci di creare quell’alone di mistero esplorato più a fondo nella conclusiva Hella, l’ultima canzone ed anche la più lunga. Sfiorando quasi i 10 minuti di durata, ci trasporta nel profondo di una creazione marziale, lenta e gelida come questa diabolica foresta al calar delle tenebre. 

 

Tirando le somme, potremmo anche peccare di avarizia nel giudizio finale, ma essendo giunti al quarto disco, mi sarei aspettato qualcosa di più da parte di una band che probabilmente deve ancora capire se dirigersi verso i tetri meandri del depressive black metal, oppure affinare quello spiccato gusto per atmosfere che accolgano e riescano ad amalgamare al meglio l’utilizzo di synth e tastiere. Il fattore lo-fi non gioca a favore di VotIVe per come avrebbe invece potuto fare se ci fossimo trovati di fronte a un lavoro più fedele agli album precedenti della band. Promosso, ma con debito!

 

Brani chiave: Nerthus / Nehalennia

 
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