Recensione: Vox Inferi

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Quando la rabbia primordiale assume consistenza sonora, sono davvero poche le band in grado di farne da involucro fisico. Una di queste sono i connazionali Nerocapra. Pur essendosi formati nel 2003, solo ora riescono – dopo un primo vagito del 2009 (“Demo 2009”) – a dare alle stampe il tanto sospirato full-length d’esordio, “Vox Inferi”.

La tradizione del proto-black/thrash/death, in Italia, è piuttosto consolidata. Basti pensare, per esempio, ai Ghostrider, ai Cimitero, ai Mortal Fungus. Una corrente che, seppur sotterranea, è comunque ben visibile nel suo dipanarsi in varie direzioni; fra le quali c’è quella sulla quale navigano i Nerocapra: l’old school death metal. Molto, old school.
 
Un old school death metal primitivo, rozzo, involuto, bestiale. E, per ciò, clamorosamente gustoso, vero, stimolante. Sì preistorico da sfiorare anzi toccare i primi esperimenti di metal estremo che, a cavallo del 1980, ribollivano nel brodo della NWOBHM. Venom in primis, naturalmente, ma anche Motörhead.
La formazione a tre acuisce il senso di graffiante rudezza del sound dei Nerocapra che, esattamente come per la citata band di Newcastle, fa della semplicità e della linearità la propria bandiera. Assommando a queste caratteristiche furia e aggressività da battaglia all’arma bianca e una produzione volutamente sporca, ne vien fuori un suono che cozza irrimediabilmente con qualunque cosa abbia una parvenza di bellezza, ricordando in ciò un’altra realtà a tre proveniente dagli anni ottanta: i Bulldozer.
Questa bruttezza, allora, è proprio il segno caratteristico del combo piemontese: un’assenza di ammennicoli e orpelli che connota in maniera decisa “Vox Inferi”, davvero un inno al ‘primitive metal’, così definito dai Necrocapra stessi come indicativo del proprio stile. Una definizione che, stavolta, trova una rispondenza perfetta fra musica e parole.   

L’esser così... trogloditi, bisogna dirlo, non è sinonimo di bassa qualità tecnico/artistica e tantomeno una villania. Si tratta, invece, di un approccio voluto e, buon per i Nostri, perfettamente centrato. B:, per esempio, è una specie di turbine in apparenza senza capo né coda. Il suo drumming devastante e feroce fa venire in mente quello di Anthony Bray aka “Abaddon”, in quanto a caoticità e brutalità. Così facendo, però, detta i tempi di una sezione ritmica che, come poche, fa scattare nella mente di chi ascolta l’interruttore della paura. Paura di trovarsi, inermi e disorientati, nei gelidi e scuri cunicoli infernali ove, per l’appunto, albergano i più antichi timori del genere umano. Indescrivibile, poi, la voce di Mirco Rizzi: una specie di roco, stentoreo growling proveniente direttamente dalle sabbie del tempo, quando gli uomini lottavano per la sopravvivenza nelle oscure foreste montane, diecimila anni fa. Rizzi che, assieme a One, mulina l’ascia a sei corde a mo’ di arma da caccia, elaborando tuttavia una più che buona intelaiatura di putridi riff sulla quale, ogni tanto, si può ascoltare qualche solo lacerante.       

Altrettanto efficace il songwriting: l’obiettivo dei Nerocapra è fissare il loro primitive metal ed è quindi inutile cercare delle song dalla struttura elaborata. “Vox Inferi” è costituito da ripetute mazzate sui denti, inframmezzate da pause ambient che, com’è giusto che sia, non fanno altro che aumentare il profondo sentore cadaverico dell’album stesso. Fra gli episodi più riusciti si possono citare la cattiva e dissonante “Autofagia”, l’heavy metal di “S.A.”, il death’n’roll di “Frail Bones”, il thrash di “Mezzouomo”.

“Vox Inferi”, per la sua costituzione genetica – paladina del death metal tribale – , non può che essere destinato ai più accaniti fan della vecchia scuola del metal estremo, amanti peraltro del più buio underground. I Nerocapra, però, con quest’opera riescono nel loro intento: tracciare con decisione la strada della propria unicità musicale, dimostrando con ciò personalità e fedeltà alla linea.   
 
Daniele “dani66” D’Adamo


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Tracce:
1. Vermi 1 1:00     
2. Autofagia 4:06     
3. S.A. 3:30     
4. Heaven Smiles 4:42     
5. Epikick 2:24     
6. Frail Bones 3:18     
7. Il Sole In Terra 1:51     
8. Il Capronero 3:39     
9. Vermi 2 2:43     
10. Gabbia Di Contenzione 5:09     
11. Boot On You 3:39     
12. Mezzouomo 2:50     
13. Philo 3:27       

Durata 42 min.

Formazione:
Mirco Rizzi – Chitarra e voce
One – Chitarra e voce
B: – Batteria
 

 
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