Recensione: Voyage 34: The Complete Trip

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Questo album raccoglie tre pubblicazioni separate del ’92 e del ’93 scritte per il mercato underground della psichedelia ambient inglese ed è il frutto di un remixaggio e di una masterizzazione accurata che riesce a riunire in un unico discorso i tre elementi precedentemente autonomi. Inutile dire che gli originali sono ormai rari e quotati discretamente sul mercato dell’usato. Passando ai contenuti, comunque, “Voyage 34” è una sorta di concept strumentale sugli effetti dell’LSD, ispirato ad un documentario americano anni ’60 (da cui sono tratti alcuni campionamenti parlati disseminati lungo le 4 tracce) e volutamente confezionato con una copertina dai disegni optical e con un libretto che guida (si fa per dire) attraverso l’esperienza sonora. Sebbene non avessi mai affrontato l’ascolto di qualcosa di simile prima dell’acquisto di questo Cd, devo dire che l’effetto noia potenzialmente in agguato (tutti i brani superano i 12 minuti e parliamo di prog rock psichedelico/ambient) non è balenato che raramente poiché, nonostante le atmosfere liquide e rarefatte di alcuni momenti, il buon Steven Wilson (principale autore ed esecutore del progetto, coadiuvato dall’ex-Japan Richard Barbieri alle tastiere) ci ha regalato un’opera decisamente affascinante, caratterizzata, a parer mio, da una forza espressiva decisamente non comune ad altri prodotti di questo tipo e anche decisamente superiore a molte delle composizioni dell’album di debutto, complice anche una produzione all’altezza, in grado di non rendere troppo freddo un lavoro in cui l’elettronica la fa da padrona.

Proverò ora sinteticamente a descrivere come meglio mi riesce ciascuna delle quattro parti del concept. Parte I: Dopo una intro di sintetizzatori e l’invito al viaggio dentro le sensazioni acide e sognanti, un riff di chitarra pulito e ossessivamente ripetuto per lungo tempo ci trasporta in uno stato ipnotico, richiamando alla mente qualcosa di “Another brick in the wall Pt. I e III” dei Pink Floyd. Le percussioni mantengono un ritmo costante e le tastiere disegnano piccole spirali o lente onde suadenti che però emergono e riaffondano senza mai insistere sullo stesso punto, mentre alcune voci, risate e il commento del documentarista affiorano come provenienti dai remoti recessi di un sogno. A seguito di una nota della voce narrante, si introduce una apertura semiacustica di chitarra che lascia presto spazio alle tastiere e poi alla batteria che riprende il suo ritmo costante. Dallo stato allucinato di calma e calore si passa, dopo un momento di rilassata dolcezza, alla paura ed allora la chitarra si fa più evidente e cominciano un nuovo riff (più marcato) ed un assolo emotivamente coinvolgente, dilatato, sognante (non pauroso per la verità), le ritmiche si fanno più incisive il brano diventa più dinamico, perdendosi in una spirale di sensazioni colorate. Sul finale tutto tace tranne il sintetizzatore che sorvola freddo su ogni cosa, preparando l’intervento del narratore. Molto bello. Parte II: Sintetizzatore e percussioni elettroniche iniziano la seconda parte del viaggio, mentre il narratore racconta della diffusione degli acidi negli Usa degli anni ’60. Dopo poco tempo il riff di chitarra della prima parte ricompare, sostenuto dalla medesima ritmica, ma intrecciato a suoni di tastiera diversi, idem dicasi per l’apertura semiacustica. Il tutto sfocia in una nuova fuga chitarristica, tutta incentrata su un tema tipicamente floydiano (si pensi al Gilmour di “Sorrow”) anche se adattato all’atmosfera ovattata ed onirica del contesto. Effetti, riverberi, note lunghe, una melodia che induce a rilassarsi in una nuvola di ovatta bianca mentre si sorvola un continente colorato, bellissimo ma subdolamente minaccioso. Quando la dolcezza onirica sembra prevalere, la chitarra scompare, così come la ritmica, in sottofondo ed emerge una voce narrante che riporta i colori freddi, scuri ed umidi delle tarde notti autunnali in primo piano. Tutto si fa come un sogno alla “Blade Runner”, pieno di umido, triste, freddo e poetico squallore, ma … la chitarra ritorna, riempie gli spazi, riscalda l’aria, risolleva il cuore e la mente e trasporta verso una nuova fuga solistica distorta e confortante che si conclude sul finale scemando lentamente, svanendo lungo una lunga strada bagnata. Wow!!! Parte III: Qui, dopo una intro di voci, si entra nella new age/ambient quasi pura, con percussioni elettroniche ripetitive ed accenni ai temi di sintetizzatori usati in precedenza. Tutto prosegue lentamente in un clima ipnotico, anestetico e distante, così come le voci di sottofondo e sembra di fluttuare senza corpo, e con i sensi appena accennati, attraverso i corridoi di un edificio affollato, mentre luci e colori sono abbaglianti, ma così tremendamente lontani…un’esperienza unica. Parte IV: La notte diventa padrona. Qui tutto si regge su note basse di sintetizzatore e su atmosfere fredde, quasi provenienti dai Tangerine Dream, mentre il viaggio volge al termine attraversando questa lunga notte nera senza chitarre, senza calore, solo con la profondità di un grande ed inquietante tappeto sonoro di tastiere e di voci spaventate e stanche. Emozionante.

Anche se quest’analisi potrebbe non essere in sintonia con le vostre reazioni a questo Cd, vi consiglio comunque di ascoltarlo senza pregiudizi, dedicandogli attenzione, meglio se con le luci soffuse e di notte. Forse questa non è musica così immediata, ma garantisco che c’è del genio in Wilson e “Voyage 34” è qui per ammaliarvi e trascinarvi in un mondo alienato, fatto di colori onirici, di emozioni notturne, profonde, intime che solo artisti come Roger Waters o David Sylvian hanno saputo creare. Ascoltatelo e fatemi sapere.

 
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