Recensione: Walk Through Exits Only

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Philip Hansen Anselmo, al secolo Phil, non è certo un novellino alle prime armi bisognoso di presentazioni o raccomandazioni di sorta, visto il suo chilometrico curriculum equamente diviso tra Pantera, Down, Arson Anthem e Superjoint Ritual. Eppure, nonostante la lunga (e quasi sempre onorata) militanza nel mondo del Metallo Pesante, al vecchio Phil non era mai venuto in mente di cimentarsi con un album in solitaria. Almeno, non fino a quest'anno.
 
Certo, le due tracce pubblicate nello split con i Warbeast (così come la copertina scura, spoglia e minimale scelta per “Walk Through Exits Only”) lasciavano intravedere quale fosse la strada intrapresa dal cantate della Lousiana. Ma la caratura del personaggio e la particolarità della release hanno fatto sì che la curiosità e, perché no?, le aspettative fossero piuttosto elevate. Manco a dirlo, una volta inserito il lettore nel player, la sorpresa maggiore risiede nel constatare, al di là di una proposta ostica e piuttosto monolitica, come il vero assente all'interno di un'album che porta il suo nome a caratteri cubitali sia proprio lui: Phil Anselmo. Lo stesso cantante che con la propria aggressiva versatilità ha colorato in maniera magistrale i vari capolavori targati Pantera (da “Cowboys From Hell” a “The Great Southern Trendkill”) e Down, lasciando un segno indelebile nel mondo della musica estrema, e che oggi si ritrova ad essere niente più che un pallido fantasma di sé stesso. Laddove un tempo c'erano tecnica, classe ed estensione a fornire un supporto notevole all'espressione della rabbia da sempre connaturata nei progetti del cantante di New Orleans, oggi c'è un ringhio basso, cupo e monocorde assolutamente non in grado di dare quella marcia in più a pezzi già di per sé tutt'altro che miracolosi.
 
Voce a parte, il sound attinge a piene mani dal post thrash dei primissimi Machine Head (fattore veramente curioso per un ex-Pantera) e dal rumorismo più sfrenato degli Slayer; le variazioni sono, tuttavia, davvero pochissime e individuabili nella più cadenzata title track o nell'interminabile “Irrilevant Walls And Computer Screens”, dalle velleità psichedeliche. Per quanto riguarda il resto, l'unico vero leit motiv è la rabbia caotica e ossessiva che permea tutto l'album dando vita (ma non anima) a composizioni minimali e che tendono a somigliarsi decisamente troppo l'una rispetto all'altra (provate un po' voi a distinguere tra loro canzoni come “Battalion Of Zero”, “Betrayed”o “Usurper Bastard's Rant” e vediamo se vi riesce).
 
Niente sussulti, niente da mandare a memoria e, soprattutto, nulla che riesca a colpire con la stessa irruenza di quel metaforico pugno in faccia che tutti ricordiamo con tanto affetto e tanta ammirazione. Un vero peccato, viste le premesse; d'altro canto nel 2013 forse si dovrebbe iniziare a fare i conti con le risicate possibilità di espressione vocale di un Phil Anselmo ridotto ormai ai minimi termini. Come dire: la Musa non è stata molto generosa, a questo giro, ma di certo l'attuale stato di forma/salute del grande frontman contribuisce non poco a frenarne la vena creativa.

Stefano Burini

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