Recensione: War In Heaven

Di Daniele D'Adamo - 29 Settembre 2014 - 16:54
War In Heaven
Band: Evil Machine
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2013
Nazione:
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78

«Missing for old good 80ths (gold period for metal music) …»

Così, senza mezzi termini, recita l’incipit della biografia dei polacchi Evil Machine. Una perdizione che prende spunto dall’amore sconfinato per il metal estremo che, a parere di chi scrive, fissa la propria data di nascita nel dicembre 1981, quando viene dato alle stampe “Welcome To Hell” degli inglesi Venom.

Da allora, di acqua sotto ai ponti ne è corsa, e il metal ha raggiunto insospettabili (per allora) e incredibili livelli di oltranzismo, sia musicale sia lirico. Gli Evil Machine, però, di tali esagerazioni se ne infischiano prodigandosi anima e corpo per l’irripetibile periodo che ha contraddistinto lo sviluppo di aberranti embrioni chiamati Hellhammer, Necrodeath, Slayer e Possessed. Figli degeneri di Cronos, Mantas ed Abaddon, per l’appunto.

E, ad essi, solo ad essi, si rivolgono, nelle loro invocazioni, Hal – il mastermind – e i suoi compagni; fautori di un sound assolutamente primordiale, rigorosamente primitivo, disegnato esclusivamente sulla forma degli archetipi del genere. Genere che rivela, come si può ben immaginare dal ragionamento sin qui sviscerato, un violento, morboso, innominabile miscuglio fra ciò che oggi si chiamano thrash, black e death.

Entità in quegli anni ancora nebulose, oscure, da definirsi definitivamente nei dettami stilistici ma già radicate nelle anime nere dei sacerdoti del metallo deviato. Ai quali si rifanno in modo incredibilmente fedele i quattro cavalieri di Białystok, alfieri di un sound che si avvicina indefinitamente all’old school death metal, senza tuttavia appiccicarvisi sopra. Troppo forte, cioè, il legame primigenio con il proto-black e il proto-death, che si manifesta attraverso un mood dai toni grigio-scuro, ben disegnato dai richiami agli orrori della guerra e dalle inermi vittime della croce. Indicativo quindi dell’involuzione del genere umano, destinato a sopraffare se stesso in nome di credi e fedi più o meno fanatiche, a sfondo sia politico sia religioso.

Freddo, assenza di sentimenti, empietà, orrore. Sono queste le visioni che ammantano come una nebbia mortale “War In Heaven”. Debut-album dalla gestazione eccezionalmente lunga, tanto è vero che è stato registrato e missato fra il 2005 e il 2012 presso i Bloodline Studios da Robert Pierściński (chitarra e batteria), presso gli Studnia Studio da Poitr Polak (voce e basso) nonché missato agli Hertz Studio da Sławek Wiesławski. Un vero e proprio tormento, per il quartetto polacco, peraltro nato nel 2004 e quindi latore di tutte le sue forze proprio in “War In Heaven”. Il quale, occorre evidenziarlo, non ha sofferto di cotanta gestazione apparendo continuo e coerente con le caratteristiche del proprio stile come se fosse stato realizzato in una botta sola.  

È sufficiente tuttavia far partire l’incipit ambient di “Cross Meant Death” per godere a tutto tondo di un sound che, probabilmente, sono ben pochi in grado di restituire con tale putrefatta freschezza, al giorno d’oggi. Un sound che getta le proprie fondamenta su mid-tempo marci, corrotti e dannati; seppur, come in occasione dell’opener, non manchi l’attacco con i blast-beats. I riff (proto)thrashy di Hal elaborano song costantemente impegnate a scavare nei meandri più nascosti del tempo, per trovare brandelli, molecole, atomi di quel sound che così tanto viene preso a motivo di vita artistica dai Nostri. Con Semihazah che, davvero, pare la riesumazione della voce di Jeff Becerra targata 1983. Pare anche azzeccata la scelta di inserire, nel lotto delle scellerate canzoni, due cover rese in maniera totalmente decomposta: “Onslaught (Power From Hell)” degli Onslaught, tratta da “Power From Hell” del 1985, e “Die Hard” dei Venom, tratta dall’omonimo singolo del 1983.

Poche ciance: gli “Evil Machine” sono il passato. Chi vuole tornare al 1981 non ha che un’unica strada. Far suo “War In Heaven”.

Daniele “dani66” D’Adamo

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