Recensione: War of Dragons

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Sarò sincero: fin dalla prima occhiata al drago che campeggia sulla copertina di questo “War of Dragons”, settimo album in studio (più un live) degli svedesi Bloodbound nonché successore del discreto “Stormborn”, avevo già una mezza idea su cosa aspettarmi. Una volta pigiato play, poi, è bastata l’intro d’ordinanza per confermare i miei sospetti: trionfalissimo power metal di stampo nordico, giocato quindi sulle velocità piuttosto sostenute garantite da una batteria aggressiva e discretamente funambolica e infarcito di tastieroni magniloquenti un po’ ovunque, il tutto condito da una voce robusta ma squillante, cori virili e sbrodolate chitarristiche dispensate a pioggia. Niente di nuovo sotto il sole, dunque, ma sebbene la scarsa personalità non sia certo un peccato mortale, soprattutto quando ci si muove nell’immenso calderone del power metal, è altresì vero che i nostri sei svedesi sono stati tacciati più di una volta d’essere un po’ troppo pedissequi nei confronti dei loro gruppi di riferimento. Ebbene, mi duole ammettere che anche in questo caso i nostri non si smentiscono: echi di Dragonforce, Hammerfall e soprattutto Sabaton fanno capolino con una certa insistenza durante l’ascolto, sapientemente cullati in un caldo manto di trionfalismo possente e caciarone, e nonostante questi echi rendano le undici tracce di “War of Dragons” incredibilmente accattivanti fin dal primo ascolto è anche vero che la loro estrema linearità si rivela, sulla lunga distanza, un’arma a doppio taglio, andando a mio avviso a detrimento del tasso di longevità di detto album.

In realtà, l’arco dei Bloodbound non è privo di frecce: innanzitutto la produzione enfatica aiuta molto la loro proposta musicale, gonfiando l’afflato trionfale e le melodie d’assalto del combo nordico e avvolgendo l’ascoltatore nel suo clima pomposo ed agguerrito; inoltre la durata contenuta delle tracce permette al gruppo di restare concentrato sul suo obiettivo e di mantenere alta l’attenzione del pubblico presentando, appunto, canzoni dirette e pensate in vista della loro riproposizione dal vivo, evitando gli inutili riempitivi che di solito sono la scusa ideale per dilatare il minutaggio. Infine, non si può assolutamente negare che l’album sia ben suonato e cantato, con chitarre corpose, assoli azzeccati e la bella voce di Patrick a guidare la carica con i suoi acuti.

Il grosso problema di quest’album è, a mio avviso, da ricercarsi nella pressoché totale staticità della musica proposta: a conti fatti, a parte minute e quasi trascurabili variazioni in qualche traccia (“Silver Wings” e le sue melodie quasi folk o l’andamento leggermente più contenuto ed anthemico di “Fallen Heroes”, per citare i due esempi più evidenti), le altre propongono bene o male lo stesso schema, saldamente ancorate alla prevedibilissima struttura della cavalcata trionfale con riff carichi e melodie accattivanti. Va da sé che ciò non è necessariamente un male, e se in un album power metal cercate proprio una serie ininterrotta di melodie maestose e ritmiche a mille, per scapocciare in piena libertà o per avere una colonna sonora adeguatamente battagliera durante le vostre partite a qualche gioco online, avete trovato un album che fa per voi. Se invece non appartenete alla categoria di ascoltatori anzidetta e, soprattutto, tre quarti d’ora della stessa canzone vi fanno venire l’orticaria, allora vi suggerisco caldamente di approcciarvi a questo “War of Dragons” con un ascolto preventivo prima di procedere con un eventuale acquisto: potreste apprezzare la musica di questi baldi giovanotti (che, comunque, il risultato se lo portano a casa senza grossi problemi), ma potreste anche scoprire di avere già sul vostro scaffale o nella memoria del vostro pc parecchie copie di questo album, seppur con copertine e titoli diversi.

 
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