Recensione: Warmageddon

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I Cultural Warfare, nati in California nel 2010, sono figli del Thrash Bay Area degli anni ’80, il loro sound è infatti fedelissimo a quello classico che oggi chiamiamo Old-School. Sono, però, anche ben consci che al giorno d’oggi il Thrash ha bisogno di costante rinnovamento per non implodere e che non si diventa unici ‘copiando’ quanto già fatto da altri in passato, per quanto eccezionale.

Cercano quindi l’evoluzione sonora, aggiungendo un tocco di modernità per creare un sound loro, aggressivo ma melodico, espresso attraverso una compatta e detonante sezione ritmica (Pete Aguilar al basso e Bones Padilla dietro le pelli), assoli di ottima fattura e tanto uso delle chitarre gemelle (Billy Garoutte e Kevin Doughty) per legare le varie sezioni che compongono le tracce.

Molto valida è la voce, a carico di Jacques Serrano, espressiva, carica di rabbia e di buona estensione, con picchi acuti che l’artista usa a dovere nei momenti opportuni, senza esagerare. 

Una motore ad alto numero di giri, dunque, quello dei Cultural Warfare, che completano il loro modo di suonare Thrash con molti momenti classici che ricordano, dovendo fare un paragone, un po’ il lavoro dei Sanctuary del compianto Warrel Dane.

Dopo un EP esplorativo del 2012, dal titolo ‘Rotten Krieg’, ed un secondo del 2017, ‘Future Kill’, il quintetto raggiunge quest’anno l’obbiettivo del Full-Length, incidendo ‘Warmageddon’ sotto l’ala della label M-Theory Audio, disponibile dal 14 settembre 2018.

Cultural Warfare 450

L’album parla di un futuro apocalittico, conseguenza della scomparsa delle religioni, delle credenze e del modo di vivere globale. L’umanità è sotto il giogo delle macchine e schiava della tecnologia, gli uomini devono nascondersi per sopravvivere e prepararsi alla ribellione. Un tema ricorrente fin dai primi romanzi di fantascienza, ma che, in qualche modo, oggi spaventa parecchio visto che i segnali, in effetti, ci sono.

L’opera alterna tracce istintive e dirette ad altre più elaborate e complesse, alternando sfuriate a momenti riflessivi senza comunque calare di energia.

In ‘Warmageddon’ non ci sono canzoni che spiccano violentemente sulle altre ma sono tutte essenzialmente sullo stesso livello compositivo medio – alto, rendendo omogenea la storia che esce dai solchi.

L’inizio è affidato alla Title-track, ‘Warmageddon’, anticipata dal vento che segna la desolazione. Poi giunge la forza possente del nemico alla quale segue un riff di chitarra. Un violento ‘stop and go’ porta alle strofe arrabbiate e ad un successivo refrain dai toni epici. Gli assoli si dividono tra veloci e melodici fino ad un cambio di tempo pesante, scandito dalle twin-guitars, che porta alla ripresa della velocità.

La seguente ‘Divided We Craw’ si muove sugli stessi binari mentre ‘G.O.D.’, potente ed esplosiva, è più articolata con un refrain che si distacca, rallentando, dal resto del pezzo.  

La più che valida ‘Eyes of the Land’ ha uno scambio di assoli – twin-guitars di ampio respiro ed alto impatto, che valorizzano non solo il pezzo ma l’intero lavoro mentre ‘Two Spirits’ è una sorpresa, uscendo leggermente dagli schemi della canzoni precedenti: altamente articolata, inizia facendo addentrare l’ascoltatore in un’atmosfera cupa e sinistra, poi esplode la potenza per mezzo di strofe drammatiche che diventano arrabbiate. L’entrata in scena di una voce femminile struggente lascia interdetti, ma non si ha il tempo di rimanere sorpresi perché il brano muta completamente diventando roboante e molto duro, con le due voci che duettano anche quando il tutto si trasforma e diventa un Thrash veloce, con interposto un assolo da brivido. Un pezzo notevole che dimostra la versatilità compositiva dei cinque musicisti.

La successiva ‘Politikill’ ci riporta sulla strada della violenza, ‘Scars Left Cold’ ha un ottimo assolo introduttivo, melodico e greve, che crea un’atmosfera sulfurea e lenta, prima di un’accelerazione aggressiva e spietata. In questo pezzo il cantante da la sua migliore prova.

L’album prosegue con la devastante ‘Punished’ e la marziale ‘Witches Prayer’ per arrivare a ‘Shadow Priest’, dove i Culture Warfare propongono un Thrash a tempo di valzer.

Chiude ‘Blood Machines’, un pezzo non tanto riuscito a dir la verità, seguita dall’outro ‘New Beginnings’, strumentale melodico e delicato che fa calare il sipario.

Warmageddon’ è un album che da una buona mazzata; si sente l’influenza del Thrash degli esordi ma anche la sua giusta evoluzione, che rende i Culture Warfare un gruppo moderno e di una certa unicità. Da non perdere.   

 
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