Recensione: Wasteland

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Settimo album per i Riverside, band polacca che tutti i progster tengono nel cuore dal lontano 2003, anno di pubblicazione di Out of Myself, primo disco del combo. L’evoluzione sonora del gruppo si è fatta via via meno intricata rispetto ad album classici come Second Life Syndrome e Rapid Eye Movement, lasciando l’impressione di una band ormai indirizzata su un lento viale del tramonto. Nel febbraio 2016 con la morte del co-fondatore Piotr Grudzinski la raison d’être dei Riverside sembrava ormai svanita. Giusto una compilation (ambient), Eye of the Soundscape, e nella primavera del 2017 alcuni concerti con Maciej Meller (ex-Quidam, ex-Deep River) come chitarrista aggiunto. Molti fan non credevano possibile un nuovo full-length, invece la band, reinventatasi come trio, ha deciso di rilanciare il proprio sound ricollegandosi al passato e al contempo provando a innovare per sottrazione. Mariusz Duda, voce dei Riverside, assume il ruolo aggiuntivo di chitarrista e imbraccia pure un piccolo bass (basso con un range più alto e vicino a quello delle prime 4 corde di chitarra). Come ospiti ad alzare il livello tecnico troviamo il citato Maciej Meller e Mateusz Owczarek, oltre che il geniale Michal Jelonek al violino.
Wasteland è un album curato nei dettagli, a partire dal titolo evocativo, l’artwork del compagno di viaggio Travor Smith, passando per un sound ancipite che alterna momenti eterei ad altri volutamente aspri (anche in fase di produzione), arrivando infine alle tematiche dei testi sulle quali è bene spendere due parole. Il disco tenta di rendere l’idea di come sopravvivere in un modo post-apocalittico e lo fa ricollegandosi a diversi rimandi interartistici: il capolavoro The Road di Cormac McCarty (se non l’avete letto correte ai ripari), la serie videoludica Fallout, ma anche colonne sonore di film western e melodie slave. Questo tema così attuale e decadente si ricollega per via simbolica pure alla fase di lutto vissuta dai Riverside, che stanno vivendo una sorta di seconda vita artistica e in Wasteland vogliono rimarcarlo con alcuni riferimenti al loro secondo album, Second Life Syndrome (per chi scrive il loro capolavoro): basti considerare i titoli dell’opener e della traccia conclusiva e al fatto che tutto inizia con una parte a cappella, come nel 2005.
Mariusz Duda è talmente entusiasta del nuovo album da sostenere di essere riuscito a ridar voce all’«inner scream» che un tempo rendeva unici e toccanti i dischi dei Riverside e che nel progetto Lunatic Soul compariva solo in modo discontinuo.

Ma veniamo al track-by-track. “Acid Rain” con i suoi tempi dispari e tinte cupe mette subito in chiaro a cosa siamo di fronte. Un sound più grezzo che in passato, ridotto quasi all’osso, con synth e hammond oscuri, ritmiche ipnotiche e la voce inimitabilmente intima di Duda. La sezione semiacustica è da brividi, impreziosita anche da parti di basso quasi alla Gordian Knot; sembra di ritornare a quanto di meglio certo prog. sapeva proporre dieci anni fa… “Vale of tears” ci spiazza già nei primi secondi, un riffone ammiccante ci porta su lidi sonori agli antipodi rispetto al pezzo precedente, così come all’inizio del terzo minuto una successione di note pseudo-maideniane. In definitiva una traccia forse poco coesa ma con diversi spunti vellicanti. La bellezza di “Guardian Angel” è difficile da rendere a parole: immaginate una ballad da brividi, con Mariusz Duda a scandire lente parole con un tono baritonale mai sentito prima… ascoltare per credere. Più canonica ma ugualmente elegiaca la seguente “Lament”, con inserti di banjo, improvvise sterzate metal e richiami ai mentori Porcupine Tree. Il brano presenta una falsa conclusione a metà della durata complessiva, salvo poi risorgere con vocalizzi onirici e note di violino, strumento mai così calzante e che ritroviamo nei secondi finali della composizione. Con “The Struggle For Survival” arriviamo al pezzo più lungo in scaletta, circa dieci minuti di prog. pressoché strumentale che s’innerveranno nelle vostre sinapsi lungo un fluire di note spesso aspre, per concludersi infine con un minuto di armonia totale e catartica. Altra ballad convincente “Riverd Down Below”, a tratti opethiana, o più semplicemente debitrice dei Seventies. Ritroviamo sonorità legate ad Akerfeldt in “Wasteland”, poliedrica title-track che riassume le dimensioni caratteriali del disco: il groove delle ritmiche al quarto minuto non lasciano indifferenti, mentre le frequenti schiarite melodiche donano ricercatezza al tutto (trova spazio anche il theremin!). Il pianoforte che accompagna Duda in “The Night Before” è il degno coronamento di un disco senza cali qualitativi. Si respira solennità ma anche pura nostalgica edenica. Un commiato poetico di cui dobbiamo ringraziare i Riverside.

Niente da aggiungere, Wasteland vale l’ascolto, i Riverside sono tornati e l’hanno fatto in grande stile. Certo, non parliamo di un disco imprescindibile nella loro discografia, ma risalta il pathos riversato in sede compositiva e la fermezza d’intenti con la quale il trio riesce a mettere in musica la voglia di rinascita dopo un periodo oscuro della propria storia artistica. In questo scorcio autunnale un’uscita da non lasciar passare inosservata.

p.s. l’imminente Wasteland Tour sarà il tour più ambizioso di sempre per i Riverside: chi vuol regalarsi una serata d’eccezione in giro per l'Europa non perda tempo e s’accaparri un biglietto.


Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 
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